Questo Blog nasce per dare una VERA GIUSTIZIA a tutte le vittime dei camici bianchi... al MIO AMATISSIMO GERARDO (clicca qui) ed a tutti i Nostri ANGELI...
Forse visti gli andazzi della "giustizia" italiana.. non potremmo mai dire GIUSTIZIA E' FATTA, e pertanto affinché non vi siano più altri Agnelli mandati al Macello.. memorizzate i nomi e riguardatevi il vostro unico Bene Prezioso = la VITA!!
a noi resta la Coscienza in Pace di aver avvisato
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sabato 25 agosto 2012

CONDANNATO ROCCO BARESI , LAMEZIA TERME



Condannato medico per avances a ragazze

Corte appello Catanzaro conferma sentenza primo grado

24 agosto, 17:10

CATANZARO, 24 AGO - La Corte d'appello di Catanzaro ha confermato la condanna ad un anno di reclusione inflitta ad un medico di Rosarno, Rocco Barresi, accusato di avere aggredito due ragazze che avevano rifiutato le sue avances.

L'episodio, avvenuto a Lamezia Terme, risale al 2005. Barresi e' stato anche condannato al risarcimento dei danni a favore delle due ragazze. Il medico aggredi' anche i carabinieri intervenuti dopo che le vittime si erano presentate nell'ospedale di Lamezia.

lunedì 20 agosto 2012

INDAGATI :FORTE ATTILIO, BILOTTI ANDREA , ROMANO MARIA PATRIZIA , PIRILLO PASQUALE , ANNUNZIATA , COSENZA

Cosenza, morì dopo il parto
quattro medici indagati

La donna perse la vita a giugno. Sette giorni prima aveva dato alla luce, col cesareo, una bambina. La Procura bruzia ha chiuso l’inchiesta sul decesso di Caterina Loria

Sono quattro i medici in servizio presso l’Unità operativa complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale civile dell’Annunziata ufficialmente indagati per la morte, a soli 27 anni di età, di Caterina Loria (in foto), di San Giovanni in Fiore. Come si ricorderà la giovane donna perse la vita lo scorso 28 giugno all’ospedale di San Giovanni, una settimana dopo aver dato alla luce a Cosenza, col cesareo, una bimba. Sotto accusa sono i medici Attilio Forte, Andrea Bilotti, Maria Patrizia Romano e il primario Pasquale Pirillo, che dovranno rispondere di concorso in omicidio colposo. Gli indagati hanno ora i classici venti giorni per chiedere di essere indagati o produrre le loro memorie difensive. I quattro sono stati chiamati in causa perchè “per negligenza, imprudenza e imperizie, consistite nella prestazione di una inadeguata assistenza clinica, cagionavano - si legge nel capo di imputazione redatto dal pm Di Maio - la morte di Caterina Loria, intervenuta per tromboembolia massiva del ramo principale dell’arteria polmonare, con tromboembolizzazione diffusa del suo letto vascolare, associata a microinfarti emorragici polmonari, secondaria a tromboflebite della vena safena interna sinistra, insorta nel decorso post-operatorio in soggetto sottoposto a taglio cesareo”. Sempre secondo il pm Di Maio i quattro medici indagati, “in presenza di una sintomatologia dolorosa acuta a carico della caviglia sinistra e del polpaccio sinistro, insorta successivamente all’espletamento del parto avvenuto (in data 21 giugno 2011) mediante taglio cesareo e quindi nella fase immediatamente post-operatoria, nel corso delle giornate del 22, 23 e 24 giugno, allorchè la paziente era ospedalizzata, omettevano di valorizzare adeguatamente tale sintomo e quindi di effettuare le necessarie valutazioni cliniche proprie dell’esame obiettivo locale, non attivandosi - secondo la metodologia propria della diagnostica differenziale - per individuare le possibili cause del dolore e quindi pervenire, per tale via, alla definizione della diagnosi”. I medici sotto accusa non avrebbero poi, e sempre secondo il pm, fatto ricorso alla valutazione e alla consulenza specialistica dell’angiologo o del chirurgo vascolare e neanche avviato la diagnostica strumentale tramite esame doppler “al fine di formulare tempestivamente la diagnosi di trombosi dell’asse venoso dell’arto inferiore sinistro”. E poi gli stessi indagati non avrebbero proceduto “al necessario trattamento terapeutico mirato di natura sia farmacologica che fisica (attraverso mezzi elastocompressivi)”, dimettendo e inviando infine al proprio domicilio la giovane madre “nella fase sintomatica acuta”. Per il pm “tali erronee e censurabili condotte determinavano un aggravamento della trombosi venosa profonda e la sua evoluzione in tromboembolia, culminata nell’embolia polmonare acuta che conduceva al decesso della Loria”. E nulla, sei mesi fa, poterono fare i medici dell’ospedale di San Giovanni, dove fu portata dopo l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. La colpa, ha stabilito il pm, sta tutta nei sanitari di Cosenza. Intanto la piccola sta bene e vive col papà nella casa dei genitori di Caterina.
28 dicembre 2011 09:35

FALSE PERIZIE PER I BOSS, ARRESTATI : MASSIMILIANO CARDAMONE ,LUIGI ARTURO AMBROSIO , GABRIELE QUATTRONE, FRANCO ANTONIO RUFOLO,NDRANGHETA , CALABRIA


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in alto da sx:
Ambrosio Luigi Arturo - Quattrone Gabriele -
Cardamone Massimiliano - Ruffolo Franco Antonio













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'NDRANGHETA. FALSE PERIZIE MEDICHE PER FARE SCARCERARE I BOSS. 6 ARRESTI: 4 MEDICI, DUE DONNE DEI CLAN

Perizie false per consentire ai boss della 'ndrangheta di tornare in liberta' o, quantomeno, beneficiare degli arresti domiciliari, lasciandosi comunque alle spalle gli spessi muri delle carceri italiane.

A stroncare il meccanismo ci hanno pensato i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza che stamani hanno arrestato quattro medici e le mogli di due boss della cosca Forastefano, una delle piu' attive nell'alto Ionio cosentino.

Pesanti le contestazioni rivolte dai magistrati della Dda di Catanzaro ai sei, accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falsa perizia, false attestazioni in atti destinati all'autorita' giudiziaria, abuso d'ufficio, procurata inosservanza di pena ed istigazione alla corruzione, aggravati dalle finalita' mafiose.

Dall'indagine, denominata ''Villa Verde'' dal nome della clinica del cosentino in cui operavano due dei medici arrestati, e' emerso che i sanitari si inventavano malattie neuropsichiatriche, difficili da contestare, per fare riacquistare la liberta' ai boss. Il neuropsichiatra Gabriele Quattrone, di 63 anni, primario di neurologia del policlinico ''Madonna della Consolazione'' di Reggio Calabria, secondo l'accusa si sarebbe fatto dare poche migliaia di euro dalla moglie di Antonio Forastefano, prima capo dell'omonima cosca e adesso collaboratore di giustizia per redigere, in qualita' di perito nominato dalla Corte d'appello di Catanzaro, un falso certificato favorevole all'imputato.

Adesso Quattrone e' stato arrestato insieme alla donna, Caterina Rizzo (43), a Patrizia Sibarelli (30), moglie di Pasquale Forastefano, esponente di rilievo dell'omonima cosca e ai medici Massimiliano Cardamone (37), medico legale, Franco Antonio Ruffolo (58), psicologo in servizio nella clinica Villa Verde di Donnici Inferiore, e Luigi Arturo Ambrosio (75), posto ai domiciliari, direttore sanitario della stessa clinica privata. I quattro medici erano gia' indagati nella stessa inchiesta dopo avere subito, nel maggio dello scorso, la perquisizione di studi ed abitazioni, ma lo sviluppo delle indagini, i risultati di intercettazioni e verifiche documentali e sul materiale sequestrato hanno indotto i magistrati a chiedere per loro la custodia cautelare in carcere. A corroborare l'impianto accusatorio sono poi giunte le dichiarazioni dei collaboratori Lucia Bariova, convivente di Vincenzo Forastefano, Salvatore Lione, gia' reggente della cosca e Samuele Lovato, affiliato alla stessa cosca, in passato egli stesso ricoverato nella clinica Villa Verde.

FONTE

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VILLA VERDE | False perizie per

aiutare i boss

Operazione dei carabinieri, sono finiti in carcere il professor Gabriele Quattrone, 63 anni, di Reggio Calabria, il dottor Franco Antonio Ruffolo, 58 anni, di Rogliano, il dottor Massimiliano Cardamone, 37 anni di Catanzaro e il dottor Arturo Luigi Ambrosio, 75 anni, di Castroliber

I boss della 'ndrangheta riuscivano a evitare il carcere grazie a false diagnosi di patologie neuropsichiatriche rilasciate da medici compiacenti. Rapporti di complicità tra camici bianchi e uomini dei clan Forestefano e Arena che sono stati svelati da un'inchiesta della Dda di Catanzaro. Le sei persone raggiunte dall'ordinanza emessa dal gip devono rispondere di corruzione in atti giudiziari, falsa perizia, false attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria, abuso d’ufficio, procurata inosservanza di pena ed istigazione alla corruzione, aggravati dalle finalità mafiose. Sono finiti in carcere il professor Gabriele Quattrone, 63 anni, di Reggio Calabria, il dottor Franco Antonio Ruffolo, 58 anni, di Rogliano, il dottor Massimiliano Cardamone, 37 anni di Catanzaro e il dottor Arturo Luigi Ambrosio, 75 anni, di Castrolibero. Quest’ultimo ha ottenuto gli arresti domiciliari. Il provvedimento del gip di Catanzaro che ha accolto la tesi del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, ha raggiunto anche due donne Caterina Rizzo, 43 anni, moglie di Antonio Forastefano, oggi collaboratore di giustizia, e Patrizia Sibarelli, 30 anni, moglie di Pasquale Forastefano.
Secondo le accuse Quattrone, nominato perito dalla Corte di appello di Catanzaro per verificare le condizioni di salute di Antonio Forastefano, avrebbe ricevuto dalla moglie del boss cosentino la promessa di una somma di danaro pari a 5.000 euro, in parte ricevuta, nonché l’ulteriore somma di 636, 21 euro da Ambrosio, consulente della difesa di Forastefano, «al fine di redigere un elaborato peritale, attestante una patologia psichiatrica inesistente». Lo stesso medico reggino, sempre nella qualità di perito della Corte catanzarese, avrebbe fornito «un parere mendace, riferendo che le condizioni di salute di Antonio Forastefano erano incompatibili con lo stato di detenzione presso il carcere di Parma che non poteva garantire la necessaria assistenza psichiatrica, psicologica e psicoterapeutica quotidiana». Ambrosio e Ruffolo, come consulenti di parte, «attestavano falsamente che lo stesso Antonio Forastefano era affetto da patologie psichiatriche tali da renderlo incompatibile col sistema carcerario indicando come necessaria la sua allocazione in una struttura clinica esterna al circuito penitenziario». Il medico catanzarese Cardamone, invece, avrebbe dichiarato di non versare in condizioni di incompatibilità con la nomina a perito del tribunale di Sorveglianza di Catanzaro, nonostante «avesse in precedenza ricevuto incarico di consulenza» da parte della difesa di Nicola Arena. Il professionista avrebbe, inoltre, aiutato l'affiliato al clan Arena «a sottrarsi all’esecuzione della sentenza di condanna ad anni 6 mesi 10 di reclusione». Una sua relazione psichiatrica, infatti, venne «utilizzata per richiedere il differimento della pena, a causa di patologia psichiatriche inesistenti». Un altro medico dipendente di una clinica privata del cosentino è indagato per avere annotato «in cartella clinica fatti mai avvenuti». In particolare, certificava un tentativo di suicidio e le conseguenti operazioni di rianimazione in realtà mai verificatisi.

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Su una spiaggia della Calabria, precisamente quella di Ioppolo, un centro a pochi chilometri daCapo Vaticano, è stato arrestato Roberto Matalone, di 35 anni, un boss conosciuto nell’ambito della criminalità di Rosarno. Il boss è il cognato di Ciccio Pesce, in quanto ha sposato la sorella Maria Grazia ed è coinvolto nell’inchiesta “All Inside“. Ci sono voluti due mesi di indagini e di appostamenti per riuscire a rintracciarlo. Matalone era comodamente seduto al sole su una sdraio, stava leggendo “Cacciatori di mafiosi“, il libro di Andrea Galli che parla anche della cattura di Pesce.

I carabinieri sono riusciti ad arrivare al boss seguendo i movimenti dei familiari, soprattutto quelli della moglie Maria Grazia, la quale spesso di notte si allontanava da Rosarno, per raggiungere Ioppolo, in una villa con piscina e giardino.

Già nelle operazioni contro la ‘ndrangheta a luglio sono finiti in carcere il professor Gabriele Quattrone, il dottor Franco Antonio Ruffolo, il dottor Massimiliano Cardamone, mentre il dottor Arturo Luigi Ambrosio è ai domiciliari. L’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Catanzaro ha portato a scoprire un giro di corruzione con certificazioni false che i medici concedevano a boss della ‘ndrangheta. Grazie a certificazioni di malattie inesistenti, molto spesso malattie mentali, gli affiliati alla criminalità organizzata riuscivano ad ottenere gli arresti domiciliari.

In molti casi i medici corrotti erano in doppia veste. Prima certificavano la finta malattia dei boss e successivamente si occupavano di verificare la malattia in qualità di periti nominati dai giudici del tribunale di Catanzaro.

Un’altra inchiesta ha portato nella mattina di lunedì 16 luglio all’arresto di 26 persone da parte dei Ros dei carabinieri. L’indagine, denominata Reale 5, ha portato a scoprire delle alleanze trasversali tra i boss della cosca Pelle della ‘ndrangheta di San Luca con altre famiglie di Reggio Calabria e del Piemonte. Per mezzo di queste alleanze tra famiglie, i boss potevano mettere in atto delle strategie comuni e trattare qualsiasi genere di questione, dalla pianificazione di rapine al sostegno per quanto riguarda i latitanti.

Si è scoperto che c’erano delle visite assidue da parte di rappresentanti di cosche del territorio nella casa di Giuseppe Pelle. L’obiettivo era quello di affrontare e risolvere contrasti, oltre che ribadire il rispetto nei confronti della cosca Pelle.

In un’intercettazione si possono sentire queste frasi: “Noi siamo stati sempre una famiglia. A compare Antonio e a tutta la famiglia, a uno per uno… dal piu’ piccolo al piu’ grande. Mi sono sentito che siamo un’unica famiglia“.

A marzo è stata condotta un’operazione contro la ‘ndrangheta nel cosentino dal nome “Tela del ragno“. In totale sono state emesse sessantatre ordinanze di custodia cautelare in un’inchiesta che ha visto indagate ben 250 persone in alcune regioni d’Italia. I carabinieri di Cosenza e del Ros hanno condotto la nuova operazione nella mattina di venerdì 30 marzo, eseguendo le 63 ordinanze di custodia cautelare e diversi sequestri.

In particolare sono stati sequestrati beni del valore di 15 milioni di euro in un’operazione che ha portato all’arresto di persone che sono accusate di essere coinvolte in diversi episodi criminalisoprattutto nella zona tirrenica.

Successivamente alla conclusione delle indagini sono scattate le manette per persone che vengono ritenute coinvolte in affari illeciti per quanto riguarda la gestione di appalti pubblici. Le accuse sono molteplici e riguardano innanzi tutto l’associazione mafiosa.

Ma gli arrestati sono accusati anche di usura, estorsione, omicidi e tentati omicidi. Sembra che a queste persone possano essere fatti ricondurre 12 omicidi e tre tentativi di uccisioni. Si parla in particolare delle guerre tra cosche mafiose negli ultimi 30 anni.

In pratica era stato stipulato un vero e proprio accordo tra le cosche mafiose che avevano deciso di predisporre una tregua, ma questo periodo di tranquillità è durato poco a causa dell’opposizione di alcuni componenti delle cosche.

Nell’operazione condotta dalla Dda di Catanzaro sono state colpite le cosche Lanzino-Locicero di Cosenza (che ha preso il posto di quella dei Perna-Ruà), Muto di Cetraro, Scofano-Mastallo-Ditto-La Rosa e Serpa di Paola, Calvano e Carbone di San Lucido, e Gentile-Besalvo di Amantea.

Sembra anche che erano state le cosche Perna, Cicero, Lanzino e Ruà a stabilire gli assetti di comando da parte dei vari gruppi nel territorio, dettando anche alcune regole comuni con gli altri gruppi della ‘ndrangheta. Altri arresti, in un’operazione che coinvolge 250 persone, sono stati effettuati anche in Lombardia, nel Lazio e nel Veneto.

FONTE

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sabato 13 novembre 2010

Giovanni Nucera: dichiarazioni invere sulle testate giornalistiche

Perugia lì 13 novembre 2010

Alla cortese attenzione del Direttore dell’ Ansa (Calabria)

La scrivente Associazione “I Nostri Angeli”, le chiede IMMEDIATA RETTIFICA secondo quanto previsto dall'art. 8 della legge L. 47/48 sulla stampa e successive modificazioni,in riferimento all'articolo

“ Sanità: Nucera basta col primato della malasanità” del 9/11/2010 presente anche on-line da diverse testate giornalistiche, poiche' nello stesso vi è pubblicazione e diffusione di notizie false.

Vi chiediamo di pubblicare la seguente rettifica del contenuto virgolettato della presente lettera, dandole massimo risalto, oscurando l’articolo de quo affinché venga limitato il danno sociale e di immagine arrecato.

<< L’Associazione I Nostri Angeli, apprende con disappunto che l’on.Nucera Giovanni, ha usato ingannevolmente ed arbitrariamente il nome dell’Associazione, accostandolo ad un filone politico e dando un ingannevole messaggio di condivisione della proposta legge a “sostegno vittime sanità”

Nessun rappresentante dell’Associazione I Nostri Angeli ha incontrato l’On.Nucera nei giorni scorsi ed è invero che ha tratto dall’associazione forti motivazioni , tant’é che la proposta legge era già uscita a mezzo stampa il 23/08/2010 tramite fareambiente che la stessa fù presentata dallo stesso Nucera a febbraio dello scorso anno, ed in tale data l’Associazione non era ancora nata , tant’è che fù costituita con atto notarile il 23/09/2010, ed è ancor più impensabile che una proposta legge di tale importanza possa essere elaborata in poco più di 20 giorni.

Pertanto l’Associazione I Nostri Angeli a mezzo di questa rettifica tiene a precisare che:

a) L’Associazione è apartitica

b) Non condivide e ne approva tale proposta di legge così come proposta

c) Diffida chiunque usi l’Associazione per fini propri

L’Associazione I Nostri Angeli si riserva di adire per le vie legali del caso.

Firmato dal Presidente : Alfonso Scutellà - Vice Presidente : Teresa Lacentra – Consiglieri : Barbara Maragna;Silvana Scagliola; Fortunata Romagnosi>>

martedì 10 agosto 2010

RINVIATI A GIUDIZIO BRUNO SERGI e DIEGO GIUSTRA, OSPEDALE RIUNITI. REGGIO CALABRIA



MERCOLEDÌ 7 LUGLIO 2010

DA "CALABRIA ORA" del 1/07/2010

Due medici rinviati a giudizio
I sanitari dovranno rispondere dell'omicidio colposo di Demetrio Nicolò


Il gup Domenico Santoro ha rinviato a giudizio i due medici del pronto soccorso degli
ospedali Riuniti accusati dell'omicidio colposo di Demetrio Nicolò, avvenuto il 7 luglio 2008.
Davanti al giudice monocratico Angela Bandiera, il 12 ottobre compariranno
Bruno Sergi e Diego Giustra contro i quali si sono costituiti parte civile i familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Franco e Stefania Bagnoli e dall'avvocato Orlando Cassisi. E' stata accolta, quindi la richiesta del pm Alessandra Cerreti che ha proseguito l'indagine iniziata dal sostituto procuratore Francesco Mollace (oggi sostituto procuratore generale). Stando all'accusa i due medici avrebbero sbagliato la diagnosi quando il funzionario del Corecom Demetrio Nicolò alle 3 di notte è stato accompagnato in ospedale accusando dolori al torace. Dopo un'ora e mezza, Nicolò era stato "congedato" dal pronto soccorso con la diagnosi di "torocoalgia". Sergi e Giustra lo avrebbero rassicurato circa gli esami eseguiti che avrebbero dato esito negativo ai fini di un sospetto infarto. Così non era e,"dopo avergli fatto firmare un generico, incompleto e fuorviante (il cosiddetto "consenso informato"), Nicolò è morto per "cardiopatia ischemica evoluta, -scrivono gli inquirenti- in assenza di trattamento terapeutico, in infarto miocardico acuto con terminale arresto cardiaco".
Tanto è bastato al pm Cerreti per chiedere il rinvio a giudizio per Giustra e Sergi che "formularono errata diagnosi, omisero di interpellare un cardiologo e di ottenere immediata consulenza dello stesso, omisero di approntare idonea terapia, omisero di ricoverare il suddetto Nicolò Demetrio anche solo per breve osservazione clinica, dimisero infine il suddetto paziente senza indicazioni terapeutiche o raccomandazioni precauzionali, fungendo tali condizioni come causa diretta, esclusiva ed immediata dell'evento morte". La sensazione, secondo gli inquirenti, è che se al pronto soccorso avessero diagnosticato un principio di infarto, probabilmente, Nicolò poteva essere salvato. Nessuno è talmente folle da rifiutare un ricovero davanti a una sofferenza cardiaca, a meno che non abbia intenzione di recarsi, una volta uscito dall'ospedale, presso una struttura sanitaria privata per sottoporsi ad ulteriori accertamenti.
Ritornando al processo ( nel quale si è costituito responsabile civile l'azienda ospedaliera rappresentata dall'avvocato Francesco Mortelliti
), i due medici avevano chiesto di essere giudicati con l'abbreviato condizionato. Istanza rigettata dal gup Santoro per cui si prosegue il rito ordinario.
Lucio Mugolino

Lunedì 03 maggio 2010 alle ore 9,30 c/o il CEDIR, aula GUP in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio depositata dal PM dott.ssa Alessandra Cerreti, si terrà l’udienza preliminare, presieduta dal GUP Dr. Domenico Santoro, nei confronti dei dott. Sergi Bruno e Giustra Diego, imputati del reato di cui agli articoli 113 e 589 del codice penale.
“ I sanitari in servizio al pronto soccorso degli OO.RR. di Reggio Calabria, presso cui la notte del 07 luglio 2008 si presentò il signor Demetrio Nicolò lamentando dolore toracico, lo dimisero dopo avergli fatto firmare un generico, incompleto e fuorviante consenso informato.
Gli stessi sanitari, formularono errata diagnosi (torocoalgia), omisero di approntare idonea terapia e di ricoverare lo stesso anche solo per breve osservazione clinica, cagionando per colpa (imprudenza, imperizia e negligenza) la morte del signor Nicolò per sopravvenuto arresto cardiaco in infarto miocardico”.
La famiglia Nicolò nel procedimento penale è assistita dagli avv. Franco e Stefania Bagnoli ed Orlando Cassisi.

FONTE

domenica 8 agosto 2010

INDAGATI SPERANZA VINCENZO , MUSCARI ANTONIO ,SABATINI MARIA TERESA ,CELENTANO CARMELO,OSPEDALE DI LOCRI (RC)


«Mia figlia uccisa dai medici»

Quattro indagati a Locri


CASIGNANA (Reggio Calabria) -
Quattro medici sono indagati per la morte di Sara Sarti, la piccola di cinque anni, deceduta in ospedale, a Locri. Sono Vincenzo Speranza e Antonio Muscari, in servizio al pronto soccorso locrese, Maria Teresa Sabatini, pediatra nello stesso ospedale e Carmelo Celentano anche lui pediatra, con studio privato. Il pm di Locri Rosanna Sgueglia ha ipotizzato l' accusa di omicidio colposo. «L' hanno ammazzata» dicono i genitori. Il nonno, Rocco Nicita, ha spiegato di aver riferito ai medici che la piccola aveva la febbre alta, vomitava e accusava continui dolori allo stomaco. La pediatra che l' ha visitata ha detto che si trattava solo di un mal di pancia, rifiutando il ricovero. Sara, però, ha continuato a star male sino a quando, domenica mattina, si è accasciata a terra.

FONTE

http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/26/Mia_figlia_uccisa_dai_medici_co_8_090826033.shtml


DANNO LO STIPENDIO PER I BIGLIETTI AEREI

MA SALTA IL PROCESSO PER LA MORTE DI SARA

Non c'è pace per i genitori della piccola deceduta nel reparto rianimazione di Locri, dopo il primo ricovero e le dimissioni.
La tragedia avvenne lo scorso agosto


Vecchiano (Pisa), 9 aprile 2010 - "In 24 ore ci hanno fatto spendere un nostro stipendio per niente". E così dopo l’immane dolore causato dalla tragedia, ecco la rabbia per la (nuova) beffa e il danno subiti dagli sfortunati genitori della piccola Sara Sarti, livornese poi trasferitasi a Vecchiano (Pisa). La tragedia risale al 24 agosto quando all’improvviso, ad appena quattro anni e mezzo, all’ospedale di Locri (Reggio Calabria) morì la loro figlia vittima di un presunto caso di malasanità. La beffa - che segue quella dell’inopportuno (quantomeno) annuncio a mezzo stampa del pubblico ministero che aveva dichiarato di voler archiviare l’inchiesta aperta dalla Procura - e il conseguente danno - morale, ma anche economico - è storia di ieri, quando al tribunale di Locri doveva svolgersi l’udienza per l’incidente probatorio in cui il giudice doveva affidare l’incarico a due consulenti di sua fiducia per redigere un’ulteriore perizia (la terza, dopo quelle del pubblico ministero e della parte offesa) allo scopo di chiarire le cause della morte di Sara e accertare eventuali responsabilità. L’udienza è invece saltata per la mancata notifica, da parte dell’autorità giudiziaria, a uno degli indagati, che sono quattro (dei quali tre medici dell’ospedale di Locri), accusati di omicidio colposo. Dalla presunta malasanità, dunque, alla (presunta) malagiustizia.
Un danno dal punto di vista economico particolarmente oneroso per Alessandro Sarti e Caterina Nicita, che insieme al loro legale, l’avvocato Giovanni Frullano, nel tardo pomeriggio di mercoledì erano partiti in aereo da Pisa per Lamezia e che nella tarda serata di ieri sono rientrati nella città della Torre Pendente.

"Considerando che io faccio il barista — spiega Alessandro Sarti — e che mia moglie lavora come cameriera in un albergo, tra oggi (ieri, ndr) e il 19 aprile, data in cui prevista la nuova udienza, la nostra famiglia avrà speso i suoi stipendi mensili. Solo di aereo, questo primo e inutile viaggio ci è costato oltre 700 euro e meno male che almeno per il ritorno abbiamo trovato delle buoni prezzi. Del resto abbiamo potuto prenotare solo in extremis, perché a noi la notifica dell’udienza è arrivata con una tempistica irregolare: solo il giorno 6, quindi un giorno dopo il limite, che è di tre giorni prima della data fissata per l’incidente probatorio. Se lo avessimo saputo prima, avremmo potuto acquistare i biglietti spendendo molto meno. E d’altra parte fare i mille chilometri che separano Pisa da Locri, non avremmo potuto fare diversamente. Perchè anche se l’aereo non è il mezzo più economico è quello più veloce, e i noi non potevano assentarmi ancora più a lungo dal posto di lavoro"

È dunque slittata al 19 aprile l’udienza in cui il giudice per le indagini preliminari Andrea Amadei affiderà l’incarico a due suoi consulenti di fiducia per una nuova perizia che dovrà chiarire le cause della morte di Sara e accertare eventuali responsabilità. Responsabilità che sarebbero già emerse "senza margini di dubbi, nei confronti di tre dei quattro medici indagati" come hanno scritto nei giorni scorsi in una lettera a ‘La Nazione’ i genitori della bimba, sulla base delle perizie dei loro consulenti: il professor Alessandro Gasparetto di Roma e il dottor Massimiliano Cardamone di Catanzaro. Secondo i periti di parte Sara poteva essere salvata perché è morta per una polmonite massiva da inalazione di materiale gastrico. Si tratta proprio della stessa causa accertata e resa pubblica in un comunicato ufficiale, all’indomani della tragedia, dal direttore sanitario dell’ospedale calabrese. Secondo il consulente del pubblico ministero - il dottor Aldo Barbaro, che eseguì l’autopsia - il decesso sarebbe invece stato provocato da una miocardite. L’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Locri è condotta dal sostituto Rosanna Sgueglia, che i genitori di Sara hanno ‘ricusato’, chiedendo al ministro Alfano, al Csm e ai Procuratori, l’affidamento del caso a un altro magistrato, dopo aver appreso che il 5 marzo la dottoressa Maria Teresa Sabatino (uno dei medici indagati) sarebbe stata ricevuta da sola dal pm per circa mezz’ora. Ieri mattina la dottoressa Sgueglia non si è presentata davanti al giudice, ma si è fatta sostituire da un collega.

di Federico Cortesi

http://www.lanazione.it/livorno/cronaca/2010/04/09/316123-danno_stipendio.shtml



BIMBA MORTA ALL’OSPEDALE DI LOCRI,

I GENITORI DI SARA SARTI SCRIVONO ALLA PROCURA: “CAMBIATE IL PM”



LOCRI, 7 APR. – Alessandro Sarti e Caterina Nicita, i genitori di Sara Sarti, la bambina di 5 anni deceduta il 25 agosto dello scorso anno nell’ospedale di Locri per un presunto caso di malasanità, hanno scritto una lettera al Procuratore generale di Reggio Calabria, al Procuratore di Locri, al Csm ed al Ministro della Giustizia chiedendo che l’inchiesta sulla morte della bimbavenga affidata ad un pm diverso da quello attuale.
Nell’inchiesta sono indagati quattro medici, tre dei quali tuttora in servizio all’ospedale di Locri.
Le relazioni dei nostri consulenti – scrivono Caterina e Alessandro Sarti – asseriscono che, senza margini di dubbi, la responsabilità di tre dei quattro medici indagati è totale ed è causa unica e diretta della morte di nostra figlia. Al di là delle consulenze tecniche, invochiamo il buon senso: Sara dopo tre giorni di vomito e fortissimi dolori addominali non è stata nemmeno visitata dalla pediatra di turno all’ospedale di Locri che si rifiutò di ricoverare la bambina, limitandosi a palparle l’addome, senza svolgere di fatto una visita medica che possa definirsi tale e senza compiere alcun accertamento diagnostico, mandandola a casa con un sedativo. Il giorno dopo sara è orrendamente morta dopo ben sei ore di rianimazione continua con adrenalina e defibrillatore, ma se fosse stata ricoverata il giorno prima, ci dicono i nostri consulenti, oggi sarebbe qui con noi». «Anche dopo aver visionato le nostre consulenze di parte – dicono i genitori di Sara nell’esposto ai Procuratori, al Ministro ed al Csm – il pm Sgueglia non ha richiesto il rinvio a giudizio degli indagati, ma un incidente probatorio per procedere ad un’ulteriore perizia medica. Siamo veramente sconfortati. Come se tutto ciò non fosse già orribile, abbiamo appreso appreso che la mattina del 5 marzo scorso la pediatra è stata ricevuta da sola dalla pm Sgueglia per circa mezz’ora. Questo è un fatto di estrema gravità».

sabato 7 agosto 2010

CONDANNATI PEDULLA' SERGIO PINTO TOMMASO (3 Anni +4m) FURCI ANTONIO (2 Anni),CLINICA VILLA ELISA CINQUEFRONDI (RC)


TRIBUNALE DI PALMI - UFFICIO GIP/GUP -
In nome del popolo Italiano: Il Giudice visti gli art.442,533 e 535 c.p.p.

Dichiara Sergio Pedullà, Antonino Furci e Tommaso Pinto colpevoli del reato loro contestato e applica loro la diminuente per il rito prescelto,condanna Sergio Pedullà e Tommaso Pinto alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione ciascuno e Antonino Furci alla pena di due anni di reclusione; condanna tutti gli imputati, in solido tra loro al pagamento delle spese processuali, concede ad Antonino Furci il beneficio della sospensione condizionale della pena; visti gli art. 30,31 e 33 comma 2° c.p., applica a Sergio Pedullà e Tommaso Pinto la pena accessoria dell’interdizione temporanea della professione sanitaria; visto l’art. 37 c.p. dispone che la durata di tale interdizione temporanea sia pari a quella della pena principale inflitta ai predetti Pedullà e Pinto;
Ordina trasmettersi gli atti al PM in sede perchè valuti l’oppurtunità di verificare l’eventuale sussistenza di ulteriori illeciti penali in ordine alle modalità di redazione della cartella clinica di Angela Scibilia ed alle ragioni per le quali a fronte delle conclusioni raggiunte dalla Commisione Regionale di verifica nella sua relazione datata 10/03/2008, la casa di cura Villa Elisa risulti tuttora godere di accreditamento regionale. Riseva in 60 giorni il deposito delle motivazioni.
Il Giudice –Palmi 12 Maggio 2009




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SEMINARA, IL “CASO” SCIBILIA SU RAI UNO
Seminara (Reggio Calabria): 24/05/2009
La morte di Angela Scibilia, la giovane donna incinta da tre mesi, avvenuta all’ospedale di Polistena il 3 marzo dello scorso anno, rimane un “caso” sempre aperto su come funziona a volte la sanità in Calabria.
SEMINARA, IL “CASO” SCIBILIA SU RAI UNO
Seminara 24 maggio 2009. La morte di Angela Scibilia, la giovane donna incinta da tre mesi, avvenuta all’ospedale di Polistena il 3 marzo dello scorso anno, rimane un “caso” sempre aperto su come funziona a volte la sanità in Calabria. Negli studi Rai di Roma, nella trasmissione “Sabato e Domenica”in onda su Rai Uno e condotta da Franco Di Mare e Sonia Grey, il marito della sfortunata ragazza, Domenico Cutrì, ha ripercorso l’odissea di Angela e di tutti i familiari. A partire dalle fasi processuali e dalla sentenza depositata che hanno visto coinvolti tre sanitari della clinica “Villa Elisa” di Cinquefrondi giudicati colpevoli dal Gup Vincenzo Giglio con sentenza del 12 maggio, e condannati con pene che vanno dai tre anni e quattro mesi di reclusione per i dott. Sergio Pedullà e Tommaso Pinto ( con la pena accessoria dell’interdizione temporanea della professione sanitaria) ai due anni comminati ad Antonino Furci (con la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena), oltre naturalmente al risarcimento danni in favore delle parti civili, costituiti da Saverio Scibilia, Rosita Scibilia, rispettivamente fratello e sorella della sventurata Angela, dai genitori, Giuseppe e Giulia Morgante nonché dal marito, appunto Domenico Cutrì.
Prima della partenza per la Capitale, abbiamo avvicinato Domenico Cutrì che come prima cosa rimarca: “Qualsiasi processo e qualsiasi condanna, non potrà mai ridarmi la felicità di una vita insieme a mia cara moglie Angela che ricorderemo tutti per la sua semplice semplicità, allegria e voglia di vivere. Tuttavia,prosegue l’inconsolabile Domenico, posso dire che la giustizia ha fatto il suo corso come era giusto che facesse, anche se abbiamo temuto che le cose potessero risolversi come spesso accade in Italia, cioè in bolle di sapone. Di ciò devo dare atto al giudice Vincenzo Giglio che ha agito con profonda umanità e serenità nel giudicare nel rispetto della legge. Altrettanto desidero ringraziare i nostri avvocati, Marina Mandaglio e Angelo Santoro che con estrema sensibilità ci sono stati vicini. Lo stesso non posso dire del comportamento assunto da chi è preposto a tutela della salute del cittadino. Mi riferisco, sottolinea Cutrì, all’assessorato alla sanità della Regione e all’ordine dei medici di Reggio Calabria che nella nostra vicenda hanno fatto orecchie da mercante”. Infine,quasi con le lacrime agli occhi, Domenico Cutrì,auspica che il “caso” della moglie Angela Scibilia possa suonare da monito a tutti affinché, non si ripetano più errori del genere che costringono le famiglie a tenersi dentro i cuori un lutto eterno.
Antonio Ligato
http://www.angelascibilia.it/category/articoli/


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Antonio Ligato
SEMINARA
Un "Parco del sorriso" per ricordare Angela Scibilia, la ventitreenne, incinta di quattro mesi, morta 2 anni fa per un caso di malasanità. L'iniziativa di creare un parco giochi da dedicare alla loro coetanea è partita dai ragazzi dell'Azione cattolica che, nel corso di una tombolata, avevano raccolto quasi duemila euro. I genitori di Angela, dopo aver avuto il consenso del parroco per la disponibilità dell'area, hanno integrato la cifra.
Tutta Seminara ha voluto partecipare all'inaugurazione del parco giochi che sorge accanto alla Basilica della Madonna dei Poveri. Tanta gente a stringersi attorno alla mamma Silvia Morgante, a papà Giuseppe Scibilia, ai fratelli, alle sorelle, al marito Domenico Cutrì, insieme ai suoceri Gioconda Morabito e Carmelo Cutrì, presenti il sindaco Antonio Bonamico, il maresciallo dei carabinieri Carmine Ricci, l'assessore provinciale Santo Gioffrè. Il parroco Gildo Albanese nel corso della benedizione dell'impianto ha esortato i presenti alla preghiera e, rivolto ai numerosi bambini, ha raccomandato di rispettare il parco, giocare e divertirsi col pensiero rivolto ad Angela. Da parte sua l'assessore Gioffrè, che si sta prodigando per l'organizzazione del corteo storico di Carlo V, ha ricordato quando Angela faceva parte del gruppo dei figuranti, anticipando che una gigantografia della "damigella" Scibilia sarà fatta sfilare insieme al corteo. Una grande commozione è stata condivisa quando la signora Silvia, con l'aiuto del figlio Saverio, ha scoperto la lapide che ricorderà Angela. Toccante, infine, il momento in cui Rosita, la sorella maggiore di Angela, ha ringraziato autorità e concittadini sullo sfondo del suono delle campane e del lancio di palloncini colorati.

http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=105645&Edizione=7&A=20100803

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La storia di angela

Relazione dei fatti sul decesso di Angela Scibilia, avvenuta il 3 Marzo 2008 presso l’ospedale di Polistena (RC).

Angela era alla quinta settimana di gestazione quando fece il primo test di gravidanza (analisi del 4 febbraio 08), il giorno seguente fu contattato per telefono il Dr. Sergio Pedullà, il quale si informava che era intenzione dei futuri genitori che lo stesso assistesse durante tutta la gravidanza la futura mamma. Il Dr. Pedullà, fissò una visita nel suo studio, sito presso la Clinica Villa Elisa di Cinquefrondi, per il successivo sabato 9 Febbraio 08 alle ore 17:00.
La visita a pagamento si svolse secondo protocollo, il dottore fece un’ecografia confermando la quinta settimana di gravidanza, prescrisse gli esami di routine e fissò la seconda visita per il 27 febbraio 08. Qualche giorno dopo la prima visita, erano cominciati alcuni malesseri, come nausea e vomito, con fastidi continui alla bocca ed alla gola, con un bisogno costante di assumere molti liquidi, gli stessi che la obbligavano a andare in bagno con continua frequenza ad intervalli di 10 o 15 minuti. Preoccupati da questi malesseri, si contattò telefonicamente il dottore, il quale affermava che il tutto era più che normale.
Il 20 Febbraio la segretaria del ginecologo contattò i futuri genitori per anticipare la visita dal 27 al 25 febbraio 2008 alle ore 15:00.






Lo stesso giorno, prima della seconda visita con il dottore, furono ritirati dalla mamma di Angela, gli esami del sangue e delle urine chiesti dal dott. Pedullà, realizzati presso il laboratorio di analisi cliniche San Rocco di Palmi. Al momento del ritiro, l’addetto alle consegne commentò alla sig.ra di ripetere l’esame delle urine, giacché c’era un valore molto alto, che era molto al di sopra del valore massimo.
Alle ore 15:00 dello stesso giorno, i futuri genitori, Angela e Domenico insieme alle future nonne, si presentarono alla seconda visita a pagamento nello studio del dottore, sito presso la Clinica Villa Elisa di Cinquefrondi.

Come da protocollo, fu fatta un’ecografia, dalla quale il dottore dedusse che tutto era in regola e che la gravidanza procedeva nel migliore dei modi. Terminata l’ecografia e senza che il dottore ne facesse richiesta, furono mostrate le analisi ritirate qualche ora prima, facendo presente ciò che era stato commentato dal personale del laboratorio sul valore al di sopra della norma e cioè che il valore del Glucosio era a 8358 mg/dl quando il valore massimo accettabile, secondo i valori di riferimento, doveva essere fino a 25 mg/dl. Alla consegna di queste analisi, il dottore non fece molta attenzione alle stesse e addirittura aggiunse testualmente che non le avrebbe tenute in considerazione, giacché secondo lui vi era un chiaro errore del laboratorio che le aveva realizzate. In nessun momento e modo, fu richiesta da parte sua la ripetizione delle stesse, insistendo che la gravidanza stava procedendo nel migliore dei modi. Terminato tutto ciò, fu chiesto il perché dei continuo e repentino vomito ed il dottore rispose di stare tranquilli, perché era una sintomatologia normale durante una gravidanza, aggiungendo che più si rimette e più é sinonimo di una buona gravidanza. Con l’accettazione di quanto detto, si chiese se esistesse qualche rimedio al problema, il dottore disse che si potevano assumere tranquillamente alcune compresse di Farganesse, al tempo stesso Angela chiese se quei famosi braccialetti per ridurre la sensazione del vomito, fossero efficaci e opportuni alla situazione, il dottore rispose di si. Alla fine e prima di concludere la visita, fu commentato anche, che vi erano dei problemi di stitichezza, per i quali furono ordinati delle supposte di glicerina.
Tornando a casa i futuri genitori, decisero di ripetere le analisi della glicemia due giorni dopo, seppur il dottore non ne avesse fatto esplicita richiesta ed eventualmente in caso nuovamente positivo avvisare opportunamente il medico.
La sintomatologia della nausea e del vomito, continuò e peggiorò durante tutto il giorno seguente fino a ridurre Angela in uno stato pietoso. La sera stessa, verso le ore 21:00 al ritorno dal lavoro, Domenico, molto preoccupato dallo stato in cui versava Angela, chiamò il dottore per telefono per spiegargli l’aggravarsi della situazione, allorché quest’ultimo disse di somministrarle una iniezione di Plasil e dopodichè ricoverarla urgentemente in clinica, e che il giorno dopo all’indomani mattina sarebbe passato a visitarla. Domenico, non sapendo fare iniezioni e non avendo nessuno a chi chiedere e comunque credendo che forse la stessa medicina suggerita non fosse adatta in uno stata di gravidanza, decise di andare direttamente alla clinica per il ricovero, dove giunsero alle 21:30 circa.
Giunti in Clinica, vennero ricevuti dal dott. Sergio Corica, il quale fece l’anamnesi, un’ecografia e preparò la cartella clinica del ricovero secondo la prassi. Anche a lui fu spiegata la sintomatologia e commentato che erano pazienti del dott. Sergio Pedullà, il quale aveva suggerito telefonicamente il ricovero in Clinica.
Dopo il ricovero fu applicata una flebo con un farmaco chiamato Farganesse, il quale secondo quanto riferito dal medico presente, serviva a calmare lo stato di nausea e di agitazione. Durante l’operazione di applicazione, l’infermiera non riuscì a trovare la vena e dovette praticare ben 8 differenti buchi prima che sorgessero lamentele e malumori, al punto tale che così infastidita e commentando che non era la prima volta che faceva quest’operazione, decise di abbandonare l’operazione a favore di una seconda infermiera.
Verso le ore 22:30 Domenico lasciò Angela nella Clinica, sotto l’assistenza della madre di quest’ultima.
Il giorno dopo, già mercoledí 27 febbraio, dopo aver raccontato l’evolversi della vicenda a una cugina, di professione biologa, quest’ultima provò a chiamare per telefono sin dalle ore 08:30 del mattino la Clinica, per avere notizie di Angela ed in particolare per sapere i nuovi valori della glicemia. Dopo vari intenti falliti, solamente alle ore 13:30 riusciva a mettersi in contatto e comunicata con il laboratorio di analisi cliniche della stessa entità, si presentava come collega alla dott.sa di turno, la quale quest’ultima non diede mai la sua identità, e dalla quale ricevette come risposta tassativa che non aveva ancora il risultato della glicemia, perché aveva mille cose da fare e perciò non aveva ancora analizzato le analisi di Angela e che comunque, una volte ottenute l’avrebbe riferito direttamente alla paziente.
Durante la stessa giornata lo stato di salute non era cambiato, la unica differenza stava nel fatto che i conati di vomito erano diminuiti, però con gli stessi precedenti sintomi e cioé con continua sete, richiesta di bevanda zuccherate e continui desideri di urinare. Stando alle parole del dott. Pedullà, che nel frattempo era andato a visitare la paziente, riferite alla presenza della sig.ra Morgante, la quale a sua volta aveva chiesto se fosse stato ripetuto l’esame clinico per verificarne nuovamente i valori della glicemia, lo stesso rispondeva che tutto era a posto e che Angela poteva mangiare qualsiasi cosa.
Nel frattempo, si continuavano a somministrare le flebo e le vitamine attraverso punture, mantenendo sempre gli stessi problemi d’ingestione dei cibi e delle bevande. Durante la notte, Angela venne assistita dall’alternarsi della madre e della suocera, le quali non riscontrarono nessun segno di miglioramento, anzi, con problemi di sonno e un continuo viavai al bagno. Le condizioni di Angela peggioravano di ora in ora, e questo veniva fatto presente sistematicamente al dott. Pedullà, al dottore di turno ed a tutta l’equipe medica e infermieristica presente, ricevendone come risposta sempre la stessa e cioé, che era normale durante la gravidanza e che per la stessa ragione, Angela si trovava in uno stato depressivo dovuto dal fatto che era troppo coccolata dai familiari.
Angela, soffriva anche di stitichezza e di questo erano stati informati opportunamente i dottori presenti, però soltanto il venerdí 29 febbraio decisero di darle una supposta di glicerina e dopo averla assunta, al momento di evacuare, dovuto allo sforzo e alle indigenti condizioni fisiche, ebbe forti perdite di sangue che fecero pensare a un’ emorragia interna.
Angela continuava a peggiorare e ad avere nella bocca un bruciore insopportabile tanto da impedirle persino di deglutire, mentre il dottore Pedullà continuava a insistere che era tutto normale e che vi era solamente un piccolo stato depressivo dovuto alla gravidanza e che perciò non bisognava preoccuparsi più di tanto.
Sabato 1 marzo, all’ora di pranzo, dovuto al problema d’ingerire cibi solidi, furono richiesti da parte di Angela dei cibi liquidi al personale di turno, i quali portarono invece della pasta al sugo. Avvisata l’infermiera di turno dell’errore e chiedendone la sostituzione dovuta alla patologia, questi chiamava la caposala di turno la quale con tono vibrante ed arrogante diceva che se non avesse voluto mangiare la pasta al sugo, avrebbe dovuto aspettare fino alla cena per avere la minestra. Cosa che così accadde. Nel frattempo, confortati dal parere del dottore che Angela potesse mangiare di tutto, venne avvisata la sorella, che più tardi dopo un paio di ore portò un frullato di frutta.
La mattina di domenica 2 marzo, la mamma di Angela vedendola ulteriormente debilitata e senza forze, avvisò nuovamente i medici in servizio ed il dott. Pedullà che era di turno, quest’ultimo mandò un’infermiera munita di sedia a rotelle a prelevarla dalla sua abitazione, per poi portarla a eseguire una ecografia. Nuovamente in quella circostanza, la sig.ra Morgante ribadiva al dott. Pedullà che Angela era sommamente debole, al punto tale da non riuscire ad alzarsi dal letto e a reggersi in piedi ed addirittura nemmeno a parlare, mentre lui rispondeva testualmente: “adesso la portiamo a fare l’ecografia, così le facciamo sentire il battito del bambino e vedrà che sua figlia si riprende”.
L’ecografia non fu effettuata con successo e quindi non ci fu né la vista del bambino e né il battito promesso, già che la suddetta, secondo il dott. Pedullà, non poteva effettuarsi correttamente perché Angela aveva la vescica vuota e la pancia piena d’aria.
Rientrata in camera, vi fu un avvicendarsi nell’assistenza di Angela, tra la madre e la sorella. Quest’ultima trovò la sorella in una stato aggravato ed impressionante, giacché era già entrata in un evidente stato confusionale, delirando e dicendo cose insensate accompagnate da comportamenti anomali. Durante questa circostanza, la sorella accompagnò Angela al bagno pregandola di sorreggersi, dato che da sola non l’avrebbe sorretta. In bagno Angela continuava a bagnarsi il viso con acqua fredda, in modo frenetico e a dir poco isterico, al punto tale che la sorella le disse di non bagnarsi così, perché avrebbe rischiato di prendere una polmonite. Uscite dal bagno, intervenne anche il padre di Angela che era presente, nel riaccompagnarla nuovamente al letto. Una volta coricata, la sorella corse in infermeria per chiedere aiuto, dicendo all’infermiera di turno che Angela stava impazzendo perché si stava comportando in modo stranissimo, al ché l’infermiera accorse in compagnia dello stesso dott. Pedullà, il quale una volta giunto e collocatosi ai piedi del letto e con toni rudi allontanò tutti i presenti, lasciando solamente la sorella, e mentre quest’ultima riferiva che Angela era molto agitata e che non era più riconoscibile, lui rivolgendosi a lei le ripeteva che doveva calmarsi, che tutto era normale e che non aveva nulla di anomalo. A questo punto, la sorella chiese nuovamente qual era il risultato delle analisi e soprattutto se le avessero ripetute, e lui rispose che gli esami erano perfetti e che normalmente nelle donne in gravidanza che vomitano, i valori delle analisi sono alterati, mentre nel caso di Angela stranamente i valori erano più che perfetti e comunque era una questione meramente psicologica o che addirittura il suo stato era stato causato dai farmaci somministratogli e che sicuramente, sospendendo le flebo la situazione sarebbe migliorata. Allo stesso momento, durante queste affermazioni, lo stesso dottore cercava di spronare Angela, dicendole di smetterla con questi comportamenti perché avrebbe creato ansia anche ai familiari. Anzi, sempre con tono arrogante e poco educato, disse che Angela stava benissimo e che la sua era solamente una debolezza psicologica e indicando un’altra paziente presente nella stessa abitazione disse: “Vedi quella paziente sta male, ma veramente male, non tu, tu non hai niente”. A quel punto Angela, presa da collera, proferiva le seguenti parole: “ É certo, Angela é pazza, Angela é pazza”, mentre la sorella cercava di rincuorarla dicendole che era semplicemente incinta e non pazza.
Più tardi, Angela, parlando con sua sorella le diceva le seguenti parole: “Digli al nonno Cecé che io non vedrò la mia casa terminata cosí com’é successo alla nonna Angelina, e digli a miei nipoti che io gli voglio bene, dì a M. che lei é la vita mia”.
Qualche minuto più tardi, arrivò la suocera ed insieme alla sorella misurarono la temperatura già che Angela sembrava febbricitante, difatti il termometro dava 38°C. Avvisata l’infermiera di turno, chiedendo che venisse il dott. Pedullà, la stessa subito dopo portò 2 compresse di Tachipirina da 500 mg. dicendo ad Angela di prenderle, però lei era così debole che non riuscì a prenderle da sola e quindi l’infermiera le mise una compressa in bocca mentre la sorella cercò di darle dell’acqua. Sfortunatamente Angela non riuscì ad ingoiarla, mentre l’infermiera continuava a sgridarla, fu a quel punto che la suocera vedendo che non riusciva ad ingoiare nemmeno l’acqua, le mise un dito in bocca e le tolse la pastiglia gettandola nel lavandino e chiese all’infermiera di darle o delle supposte o delle gocce. A quel punto, l’infermiera rispose che non avevano né l’una e né l’altra, che l’unica medicina disponibile era in pastiglie, fu a quel punto che i familiari decisero di andare ad acquisire in una farmacia esterna tali medicine. Nel frattempo, alle continue richieste della suocera, giunse il dott. Pedullà che rivisitando Angela disse che per lui i 38°C non erano febbre. Sempre in quel lasso di tempo durante la sua presenza con la paziente, i familiari dissero che stava delirando, pronunciando frasi inneggiante alla morte, quando lui rispose che sicuramente si trattava dell’effetto di qualche farmaco utilizzato da lui durante la terapia alla quale era stata sottoposta fino al momento. E che però, grazie al fatto che quel giorno la terapia fosse stata sospesa, sarebbe stato solo questione di tempo prima che Angela si fosse messa a posto. Dopodichè avvicinatosi ad Angela e dandole dei schiaffetti sul viso le disse: “Angela, tu sei depressa, cerca di tirarti su, altrimenti come farai a portare avanti la gravidanza fino a nove mesi? In questo modo distruggi anche chi ti sta vicino. Tu sei come una bambina viziata che vuole stare al centro dell’attenzione, domani ti rifaccio le analisi, anche se le ultime erano perfette, e poi ti mando a casa così nel tuo ambiente insieme a tuoi nipotini ti riprendi. Anzi sicuramente qua non dormi”. Terminato tutto ciò diede l’ordine alla infermiera di somministrarle un sedativo. Fu a quel punto che Rosita disse al dottore che Angela non riusciva a vedere bene e lui sgridandola disse: ”non strizzare gli occhi, tutto questo é perché sei nervosa”.
Terminato tutto ciò, la suocera insistette con il dottore, cosa somministrarle per la febbre e fu a quel punto che con tono arrogante, senza neppure guardarla negl’occhi e rivolgendosi alle due infermiere presenti, disse: “se volete fare i dottori perché chiamate il dottore?”, abbandonando successivamente la scena.
Dopo una decina di minuti, Angela sembrava fosse assopita e sua sorella provò a accarezzarle la testa, quando fu in quel momento che disse che non si sentiva più le gambe. Angela cominciò a delirare e ad emettere dei suoni e delle vocali senza un senso logico, gridando pronunciò un suono continuo “EEEEEEEE….”, fu proprio a quel punto quando lei s’irrigidì e la suocera spaventata chiamò nuovamente le infermiere, chiedendogli per l’ennesima volta del dottore Pedullà, fu a quel punto che giunsero di corsa con l’apparato per misurare la pressione, e dicendo che da lì a poco sarebbe giunto anche il dottore. Nel frattempo sempre la suocera gridava alle infermiere: “cosa le avete fatto? Mia nuora é morta”, quando una di loro disse: “signora io non so niente, sono solo un’infermiera”.
Misurando la pressione, riportarono che la stessa andava bene 105/50. A quel punto rientrarono in infermeria e qualche secondo dopo, una di loro disse che il dottore Pedullà era appena andato via e che però era arrivato il dottore di turno, il dott. C. Qualche minuto più tardi, lo stesso si presentò nella camera con ancora il camice non abbottonato e avvicinatosi ad Angela cercò di richiamarne l’attenzione, in quel frangente la suocera abbassò le coperte, perché non dava segni di vita e fu a quel punto che si scoprirono le gambe di un color viola quasi nero. Fu in quel istante, che il dott. C. chiese all’infermiera la cartella clinica e ai familiari presenti se Angela soffrisse di crisi epilettiche oppure nervose, ricevendone una risposta negativa, pochi istanti dopo, arrivò l’infermiera con la cartella e dietro di lei l’anestesista della Clinica. Nel frattempo il dott. C. revisionando la cartella clinica chiese ad una infermiera il Glicotest ed a un’altra di attaccarle una flebo. Sopraggiunto l’apparato in questione, cominciarono a praticarle dei buchi sulle dita per tirare fuori delle gocce di sangue per misurare la glicemia, però la misurazione portava l’apparato in errore dovuto al altissimo valore registrato.
Fu a quel punto che il dott. C. chiamò l’ospedale di Polistena, discutendo animatamente sull’accaduto e convincendoli dell’estrema urgenza del caso, quando dall’altro lato gli dicevano che non c’era posto in rianimazione. In quel frangente giunse nella camera la barella dell’ambulanza della Clinica. I familiari allarmati, chiesero al dottore di trasportarla con urgenza ad un altro ospedale, incluso quello di Reggio Calabria, però la risposta del dottore era che loro non potevano farlo con la loro ambulanza, in quanto non vi era un medico disponibile per accompagnarla durante il trasporto. Con la barella già pronta per l’uso, fu chiesto se fosse possibile contrattare privatamente un’altra ambulanza, però il dott. C. disse di no e anche che aveva già allertato il 118, la cui ambulanza doveva giungere dall’ospedale di Gioia Tauro.
Angela, rimase sul letto senza segni di vita per circa 40 minuti, tempo necessario per l’arrivo dell’ambulanza del 118, senza ricevere nessuna assistenza, nè in forma di ossigeno nè in altra forma.
Giunta l’ambulanza, Angela venne caricata e collegata alla maschera d’ossigeno e portata all’ospedale di Polistena.
Appena giunti al Pronto Soccorso dell’ospedale di Polistena, i medici che la videro, diagnosticarono immediatamente dai suoi sintomi il coma diabetico e richiesero la cartella clinica, che non fu mai consegnata né ai familiari e né al personale del 118. Fu a quel punto che il suocero, tornò di corsa in Clinica per richiederla. Nel frattempo la sorella si mise in contatto telefonico con il dott. Pedullà, per metterlo in comunicazione col dott. N., medico in carica al 118 di Polistena che nel frattempo era giunto sul posto a offrire il suo aiuto. Il dott. Pedullà sembrava quasi fosse imbarazzato da questa telefonata e spiegò che tipo terapia aveva adottato fino al momento.
In quel momento, giunse il suocero con le fotocopie della cartella clinica, giacché non vollero consegnargli i documenti originali, e venne consegnata nelle mani della sorella la quale lesse sulla stessa che in data 27 febbraio 2008 il valore della glicemia riportata era pari a 400.

Facendo poi mente locale e riferimento alle date e alle vicissitudini, queste dovevano essere le famose analisi che il dott. Pedullà diceva che erano perfette.

Al momento degli accertamenti nel Pronto Soccorso di Polistena, Angela aveva raggiunto un tasso glicemico pari a 1620 ed una temperatura corporea di 41.5°C, secondo quanto registrato.

Rimarrà 2 giorni in sala di rianimazione di Polistena,dove lunedì 03/03/2008 alle ore 17.30 circa, dopo aver perso spontaneamente il proprio bambino si lascerà andare come una madre degna di questo appellativo per seguire la cosa sognata da una vita, il suo bambino.

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