Medico condannato per truffa all'Asl
Rifornimento di medicinali ai pazienti. Assolto farmacista
La vicenda su La Stampa Cuneo di lunedì 14 gennaio.
In questo blog NON ESISTE BAVAGLIO e pertanto verranno raccolti e pubblicati tutti i nominativi degli operatori sanitari, che siano essi condannati- rinviati a giudizio o solo indagati. il paziente ha il sacrosanto diritto di sapere nelle mani di chi sta affidando la sua Vita.
Lo pneumologo Roberto Marasso, accusato di avere molestato nove pazienti mentre le visitava nel 2009 e 2010, è stato condannato dal tribunale di Torino a 12 anni di reclusione per violenza sessuale. Il collegio presieduto dal giudice Maria Iannibelli ha accolto la richiesta di pena avanzata dal pm Marco Sanini. Secondo l'accusa, il medico in ospedale faceva spogliare le pazienti e poi, con la scusa di effettuare visite approfondite, ne abusava
_______________________________________________________________________________
Sospeso dal lavoro a fine maggio,
lo pneumologo Marasso accusato
da diverse pazienti di molestie
MARCO ACCOSSATO
TORINO
Due mesi fa era stato accusato da alcune sue pazienti di averle molestate in ospedale: «Doveva essere una visita pneumologica, sembrava un esame ginecologico». Ieri, Roberto Marasso, pneumologo del San Giovanni Bosco, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Almeno cinque le testimonianze che, al termine dell’indagine condotta dal pm Marco Sanini, hanno convinto il giudice Salvadori a far scattare nel pomeriggio il provvedimento restrittivo: al medico sono stati concessi gli arresti domiciliari. «Prima mi ha fatto togliere la camicetta e mi ha auscultato con lo stetoscopio - è il copione che secondo le testimonianze e l’accusa si è ripetuto più volte in ospedale -. Poi mi ha chiesto di spogliarmi. Sono rimasta in biancheria intima, ma il dottore ha fatto segno di togliere tutto».
Esplorazione, la chiamava Marasso. Le donne che hanno raccontato la loro esperienza all’avvocato Silvia Termini hanno riferito tutte una storia analoga: «Il dottor Marasso diceva che poteva esserci un tumore all’origine dei disturbi respiratori. Che non bastava auscultare, bisognava approfondire, perché non si poteva tralasciare nessuna ipotesi: doveva sentire le ossa, e per questo ha toccato dappertutto. E doveva sentire anche i linfonodi».
I linfonodi da sentire erano anche quelli inguinali. E qui, stando al racconto delle donne, la visita pneumologica si trasformava in altro: «Ero nuda davanti a lui: inizialmente mi sfiorava - racconta Federica, 25 anni, la prima paziente che ha segnalato all’ospedale quegli strani controlli -, poi mi ha toccata in modo più pesante». In un caso l’«esplorazione» pare sia stata totale: «Il dottore mi ha fatto girare di schiena, mi ha detto di chinarmi in avanti e ha controllato anche lì». Soltanto una donna, una romena di 35 anni, ha avuto la forza di rivestirsi e andarsene, ma il dottor Marasso, secondo quanto racconta la paziente, non ha ceduto: «Stavolta è andata così, ma la prossima bisognerà fare la visita completa». In ospedale, a maggio, erano arrivate tre segnalazioni nell’arco di dieci giorni. Una quarta donna era entrata all’Ufficio relazioni col pubblico del San Giovanni Bosco gridando: «Avete un medico che è un porco!». Poi se ne era andata sbattendo la porta.
Troppe segnalazioni, per pensare a un fraintendimento. L’ospedale aveva immediatamente sospeso il medico, e l’avvocato Gian Maria Nicastro, legale dell’Asl To2 da cui dipende il San Giovanni Bosco, aveva chiesto al pm di valutare anche l’accusa di abuso d’ufficio: «Il “vantaggio ingiusto” per un medico - spiega - può non essere necessariamente monetario, ma anche di natura sessuale». L’avvocato Mauro Vergano, che difende il dottor Marasso, non commenta e ripete quello che aveva dichiarato a fine maggio, quando lo pneumologo è stato sospeso: «Non è mia abitudine fare i processi sui giornali».
La procura aveva fermato il funerale poco prima della funzione religiosa, ieri c’è stata l’autopsia
IVREA. Ci sono due medici indagati per la morte di Maria Russo, la pensionata di 74 anni deceduta dopo un ricovero e un’operazione di neurochirurgia. Si tratta di Graziella Brescia, medico di famiglia, e di Daniele Bajardi, in servizio all’ospedale di Ivrea. L’ipotesi è di concorso in omicidio colposo. La procura della Repubblica, che nove giorni fa aveva fermato i funerali dell’anziana donna a poche ore dal funzione religiosa, ha dato l’incarico al medico legale Roberto Testi di effettuare l’autopsia, che è stata effettuata ieri. Un esame indispensabile per accertare eventuali responsabilità da parte dei medici.
Il calvario di Maria Russo comincia il 13 luglio. La donna, residente nel quartiere San Giovanni di Ivrea, è sola in casa e chiama uno dei suoi figli per chiedere aiuto. Probabilmente ha un forte giramento di testa. Quando una delle figlie riesce ad arrivare nella sua abitazione, la pensionata Russo ha una brutta ferita alla testa da dove perde molto sangue. La donna arriva in ospedale poco dopo, è cosciente. I medici, però, non nascondono ai figli che la situazione è molto delicata, tanto che Maria Russo viene messa in coma farmacologico.
Ai familiari viene anche spiegato che sarebbe meglio trasferire la loro congiunta in una struttura ospedaliera di Torino, meglio attrezzata. Ma il viaggio è lungo e rischioso, considerate le condizioni cliniche e l’età della paziente. Alla fine viene scelto il reparto di neurochirurgia della Clinica Eporediese.
Di certo quando Maria Russo è arrivata in ospedale era ancora cosciente e le sue condizioni di salute, prima della caduta in casa, non avevano mai destato particolari preoccupazioni. Stretti nel loro dolore, i figli di Maria Russo preferiscono non commentare quello che sta succedendo e attendono fiduciosi il corso della giustizia.
Graziella Brescia e Daniele Bajardi, i due medici indagati, sono difesi rispettivamente dagli avvocati Claudio D’Alessandro e Pio Coda. «Aspettiamo i risultati dell’autopsia prima di dire qualcosa - spiega l’avvocato Coda - Al momento sappiamo davvero poco su quello che è accaduto».
01/08/2012
+TORINO.jpg)
Una nuova condanna - questa volta per «aborto colposo» - ma senza la possibilità di poter usufruire della condizionale. Quattro mesi e 15 giorni per Maria Colavita, la ginecologa di 44 anni che mentre era in malattia compariva in Tv alla trasmissione di Fabrizio Frizzi «I soliti ignoti» e che nonostante fosse stata pizzicata da «Striscia la notizia» visitava un paziente privatamente seppure fosse in mutua dall’ospedale di Rivoli.
La sentenza di ieri mattina (pm Annamaria Baldelli) riguarda il caso di Manuela, infermiera professionale, residente a Sant’Ambrogio, che a 34 anni perse il suo primo figlio. Mancava appena un mese alla nascita.
All’improvviso si sentì male, ma tre ospedali della cintura - per vari motivi - la respinsero. Drammatico l’epilogo: la morte del bimbo. Oltre alla ginecologa Maria Colavita, assistita dall’avvocato Sara Contoli, è stato condannato a 3 mesi il suo collega dell’ospedale di Rivoli Andrea Chiappa, difeso dall’avvocato Vincenzo Enrichens.
Assolti, invece, dal giudice Gian Andrea Morbelli «per non aver commesso il fatto» sia il medico dell’ospedale di Avigliana Alberto Sanesi (difeso dall’avvocato Gianluigi Marino), sia i medici del pronto soccorso del San Luigi di Orbassano, Paola Cassini e Salvatore Oliva (difesi dagli avvocati Gino Obert e Monica Cordella). Il dottor Sanesi spiegò alla mancata mamma che in assenza del reparto di Ostetricia non poteva esserle di grande aiuto. Lo stesso fecero i due medici del San Luigi: non intervennero direttamente perché all’ospedale non esiste il reparto Ostetricia.
Per aiutarla però decisero di caricarla su un’ambulanza e farla accompagnare al Sant’Anna. Ma Manuela vi arrivò quando ormai era troppo tardi. Al marito di Manuela (che si è costituto parte civile con l’avvocato Roberto Saraniti) è stata concessa una provvisionale di 50 mila euro.

Michele Di Summa
09/10/2009 - IL CARDIOCHIURURGO ARRESTATO NEL 2001 VISTO IN GRAN SEGRETO AL MAURIZIANO
MARCO ACCOSSATO
TORINO
«Michele Di Summa è tornato a operare. Lo hanno visto al Mauriziano in sala operatoria». La voce circolava ieri, insistentemente, in più di un ospedale torinese. Il cardiochirurgo finito in manette per tangenti nel 2001, radiato nel 2003 dall’Ordine dei Medici e poi reintegrato, «è tornato in gran segreto», si diceva ieri.
Vero, Di Summa è entrato tre volte in sala operatoria al Mauriziano. «Ma non per operare - spiegano al Mauriziano -. Il professore ha semplicemente assistito a interventi di persone che aveva seguito in passato, prima delle vicende giudiziarie». Michele Di Summa, precisano anche in Cardiochirurgia al Mauriziano, «ha osservato a distanza, con l’autorizzazione della direzione sanitaria».
In teoria, il professore potrebbe oggi tornare a lavorare in ospedale, ma la Regione ha sempre sostenuto che «non sarà reintegrato in nessuna struttura pubblica».

Torino, Di Summa fu intercettato dagli investigatori
della Procura. Oggi l'interrogatorio
Tangenti a cardiochirurgia
i medici traditi dal telefono
E il prof disse: "Quando porti
quei centomila euro?"
di MEO PONTE
TORINO - L'intercettazione telefonica è dell'ottobre scorso. Il professor Michele Di Summa è al telefono con un misterioso interlocutore, un personaggio estraneo al mondo ospedaliero. "Quando mi porti quei centomila euro? Ne ho bisogno entro Natale..." chiede il cardiochirurgo ignaro di essere ascoltato dagli investigatori della Procura della Repubblica che ora stanno cercando di capire se quella richiesta di denaro si inserisca nella loro inchiesta sulle tangenti pagate a Di Summa e al suo collega, il professor Giuseppe Poletti, entrambi arrestati lunedì mattina con le accuse di turbativa d'asta e concussione.
"Avevamo chiesto l'arresto dei due cardiochirurghi giovedì scorso, ma le notizie apparse su "Repubblica" ci hanno costretto ad accelerare i tempi - ha spiegato il sostituto procuratore Paolo Toso, il magistrato che coordina l'inchiesta - abbiamo anticipato le perquisizioni e interrogato i due indagati le cui risposte non solo non hanno alleggerito la loro posizione, ma, anzi, l'hanno aggravata...".
| |
Ad incastrare i due noti cardiochirurghi sarebbe stata infatti una semplice domanda del pm su una loro conversazione telefonica con Pier Giorgio Martinetto, il rivenditore delle protesi cardiache della Sorin di Saluggia, l'uomo che ha rivelato di aver pagato a Di Summa e Poletti 750 milioni di lire di tangenti in soli due anni. Al telefono i due professori insistevano con Martinetto: "Quando ci porti quei documenti?". Al magistrato che chiedeva di quali documenti si trattasse, i due hanno risposto: "Quelli relativi agli appalti per il 2003".
Sfortunatamente per i due, il pm Toso aveva già accertato che la documentazione relativa al futuro bando per la fornitura di protesi cardiache era già stata consegnata da Martinetto diverso tempo prima. E d'altronde la risposta del rivenditore alle sollecitazioni dei due professori lasciava poco spazio all'immaginazione. "In questo momento sono senza soldi...".
In precedenza Di Summa e Poletti avevano sfruttato anche una insignificante anomalia degli ossigenatori forniti all'ospedale sempre da Martinetto. "Dalle Molinette sta per partire una lettera di lamentele diretta al costruttore, la Sorin - avevano detto i due al rivenditore - potremmo evitare qualsiasi conseguenza, bastano 120 mila lire per ognuno dei 750 ossigenatori che ci devi consegnare...". Alla Sorin la lettera era comunque arrivata, ma il tecnico inviato a Torino per verificare il funzionamento degli apparecchi era stato misteriosamente rispedito a Saluggia.
Ora Di Summa e Poletti, che domani compariranno davanti al gip per l'interrogatorio di garanzia, attraverso i loro legali si dicono del tutto innocenti e vittime di un complotto. Resta da spiegare perché il 1 novembre, il giorno della pubblicazione su "Repubblica" della notizia dell'inchiesta che li riguardava, Poletti si sia precipitato alle Molinette, entrando da un ingresso secondario, e si sia chiuso nel suo ufficio dove aveva febbrilmente lavorato al computer. "È uscito portandosi via qualcosa sottobraccio", ha raccontato agli investigatori un testimone.
Che i due cardiochirurghi stessero cercando di far sparire le prove dei soldi incassati, d'altronde, era apparso evidente anche dall'intercettazione fatta al Tio Pepe, il bar di fronte all'ospedale, dove il 30 ottobre i due avevano incontrato Martinetto dicendogli: "Sei pazzo a parlare di soldi al telefono? Se siamo intercettati finiamo tutti nella m.". L'inchiesta sulle mazzette ai due professori si affianca a quella già aperta dal pm Toso sulle valvole cardiache brasiliane che hanno causato una morte a Padova e altre nove a Torino.
(6 novembre 2002
Torino, 04-11-2002
Arrestati. Con l'accusa di concussione sono finiti in manette Michele Di Summa
e Giuseppe Poletti, cardiochirurghi dell' ospedale Molinette, al centro di un' inchiesta per tangenti.
Il professor Michele Di Summa, direttore della Cardiochirurgia alle Molinette e della scuola di specializzazione, oltre che responsabile del centro trapianti della regione Piemonte, e il suo collega Giuseppe Poletti, responsabile della seconda camera operatoria della Cardiochirurgia, erano entrambi indagati per le presunte mazzette sulla fornitura di valvole cardiache nell' ambito dell' indagine coordinata dal procuratore capo di Torino Marcello Maddalena e dal sostituto Paolo Toso.
Secondo l'accusa i due primari avrebbero preteso tangenti (nei giorni scorsi si è parlato di circa 750 milioni di vecchie lire) per assegnare, in quanto componenti della commissione aggiudicatrice, la fornitura di valvole cardiache a due società. Una delle due sarebbe la For.Med di Padova, che commercializzava in Italia le protesi risultate difettose della brasiliana Tri-Techonologies. L' altra sarebbe la torinese Ingegneria Biomedica, che forniva le valvole di alta qualità della Sorin di Saluggia, società del gruppo Snia.
A guidare gli inquirenti sulla pista giusta, le rivelazioni di un manager della Ingegneria Biomedica, oltre a quelle di una fonte "coperta" e ad intercettazioni telefoniche. Dopo essere stati interrogati venerdì scorso, e dopo le perquisizioni a casa e negli uffici del reparto, Di Summa e Poletti, che sono anche docenti universitari, oggi erano regolarmente al lavoro alle Molinette. Stamane Di Summa, considerato uno dei "luminari" della cardiochirurgia in Piemonte, ha eseguito anche un delicato intervento al cuore su uno dei pazienti in lista di attesa.
Avidità senza fine, come le liste dei pazienti in attesa di un trapianto. E così, nell'ospedale torinese Molinette, la corruzione avrebbe riguardato anche la gestione degli interventi di trapianto renale.
L'avvocato Enzo Manzon, accusato nell'estate del 2000 per millantato credito, oggi, di fronte al procuratore Giuseppe Ferrando avrebbe confermato di aver ricevuto 25 milioni, divisi in due tranche, da consegnare all'ex direttore generale Luigi Odasso per guadagnare posti nella lista degli ammalati in attesa di trapianto di reni.
"Oggi mi sono presentato spontaneamente avendo la massima fiducia nella giustizia. Ho preferito affrontare a testa alta - ha dichiarato l'avvocato Manzon fuori dalla procura - In questa situazione sono sicuro di non aver mai millantato alcunché e di essere stato io stesso tratto in errore e in inganno dall'ex direttore generale delle Molinette. Del resto il suo nome, come mio referente e interlocutore, lo avevo già fatto negli interrogatori precedenti". Su questa nuova ipotesi di reato, ora, indagherà la Procura che conduce l'inchiesta sulle mazzette nell'ospedale torinese.
TORINO - Lo ha tradito il cuore. È morto solo, in ospedale, quando tutti pensavano che fosse ormai fuori pericolo. Erano le sei e mezza di ieri mattina. Il medico del reparto di cardiochirurgia del Mauriziano stava iniziando il giro delle camere. Giuseppe Poletti era caduto sul pavimento a faccia in giù, pigiama addosso, ciabatte ai piedi del letto, tutti i fili scollegati: la flebo e l'elettrocardiogramma. Non hanno nemmeno potuto cercare di rianimarlo.
Fine tragica di un ex cardiochirurgo delle Molinette indagato per corruzione e omicidio colposo. Fine simbolicamente fortissima, una nemesi di geometria perfetta. Perché Giuseppe Poletti, 68 anni, è morto del male che curava. Ed è morto la notte successiva all'udienza preliminare del processo che lo vedeva imputato per lo scandalo delle valvole cardiache difettose.
Aveva ammesso di prendere tangenti. Ma aveva sempre negato di aver tradito il rapporto di fiducia con i suoi pazienti: "Ho operato in buona fede". Di sicuro conosceva benissimo i sintomi del male che lo ha colpito. Infarto. Almeno così sembra. Ma per fugare qualsiasi dubbio è già stata disposta l'autopsia. Il problema è che non ci sono testimoni degli ultimi istanti.
"Non c'è alcun mistero - spiega il direttore sanitario del Mauriziano, Silvio Falco - il professor Giuseppe Poletti è stato ricoverato nel nostro ospedale venerdì 7 luglio. Le sue condizioni erano critiche. Edema polmonare acuto e shock cardiogeno. È stato tempestivamente sottoposto a studio emodinamico, contropulsazione aortica e angioplastica primaria".
Venerdì era in condizioni gravissime. Ma mercoledì mattina, cioè cinque giorni dopo, era stato trasferito dalla terapia intensiva al reparto. Stava meglio. Tanto che Giuseppe Poletti mercoledì pomeriggio ha ricevuto alcune visite. Anche quella di Michele Di Summa, anche lui ex cardiochirurgo delle Molinette, anche lui al centro dello stesso scandalo. "Mi ha chiesto del processo - dice - sembrava in ripresa". Invece è arrivata un'altra crisi. Violentissima.
L'avvocato di Poletti, Cesare Zaccone, proprio mercoledì mattina aveva presentato un certificato medico al giudice: "Ecco perché il mio assistito non può essere presente in aula...". Era l'udienza preliminare. Riguardava il filone d'inchiesta sulle tangenti per la fornitura di materiale sanitario, non ancora quello sul presunto malfunzionamento delle valvole cardiache Tri-Tecnologies.
L'inchiesta risale al novembre del 2002. Ipotesi di reato pesantissime per i due cardiochirurghi. Corruzione, turbativa d'asta ed omicidio colposo: "Per colpa consistita in imprudenza, imperizia, negligenza e inosservanza di leggi, cagionavano il decesso dei pazienti Cicalese Antonia, Nascarella Paola, Appendino Giuseppe, Cavallo Adriana, Stea Antonietta e Della Malva Fioretta...". Così si leggeva nell'avviso di conclusione indagini.
Giuseppe Poletti aveva reagito alla scandalo in silenzio. Era andato a fare il chirurgo su un'isola di Capo Verde, volontario per i frati del Monte dei Cappuccini. Ma era tornato a Torino per i giorni della resa dei conti.
(14 luglio 2006)
FONTE
.jpg)
Tangenti alle Molinette: Luigi Odasso è libero per scadenza dei termini
Torino: lo scandalo Molinette Odasso ora ammette «Sì, ho ricevuto regali da diversi imprenditori» DAL NOSTRO INVIATO TORINO - «Il sistema delle liste di attesa dei trapianti è blindato, serissimo, al di sopra di ogni sospetto. Ricevevo decine di richieste di raccomandazione, ma non potevo intervenire neppure io che ero il direttore generale delle Molinette. Tanto è vero che dovetti dire di no perfino al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che tentò di aiutare suo nipote bisognoso di un trapianto di fegato. Immaginiamoci, quindi, se mi sarei fatto dare 25 milioni (circa 13.000), per modificare quelle liste». Ha scomodato perfino l' ex capo dello Stato, ieri sera, Luigi Odasso, 54 anni, ex numero 1 del terzo ospedale più grande d' Italia (300 milioni, circa 154.000, di stipendio l' anno), in carcere per corruzione dal 18 dicembre, nel tentativo di difendersi dall' accusa lanciatagli avant' ieri dall' avvocato torinese Enzo Manzon, 42 anni: aver preteso e ottenuto 25 milioni per accelerare l' intervento chirurgico (mai avvenuto) su un operaio di 47 anni in dialisi a Castellamonte. Un colpo di scena, in questa inchiesta in cui 4 persone sono finite in carcere e altre 11 sono indagate. Davanti al sostituto procuratore Giuseppe Ferrando, Luigi Odasso, assistito da uno dei più celebrati legali di Torino, Andrea Galasso, ha esordito: «Lo so, è disdicevole, ma ammetto di aver ricevuto regali da diversi imprenditori. Mai però questo fatto ha comportato danni finanziari o gestionali all' azienda che dirigevo. Non posso comunque accettare neppure il sospetto di essermi fatto pagare per favorire un trapianto. E' un' infamia intollerabile. Di fronte alle insistenze di Manzon, che conosco dal 1996 (quando gli affidai due consulenze), e che continuava a lusingarmi dicendomi che ero un grande manager, passai l' incartamento alla segreteria dell' ospedale perché vedessero se potevano fare qualche cosa. Ma era solo una mossa». Il magistrato ha accolto la richiesta di Odasso: un faccia a faccia con il suo accusatore. Avverrà oggi stesso. E sarà infuocato. Sia perché Odasso non conosce il contenuto della testimonianza di Simonetta Rizzoglio, funzionaria dell' ufficio amministrativo delle Molinette e sua persona di fiducia (Odasso le paga anche una parte dell' affitto di casa, 500 mila lire al mese), sentita ieri per 4 ore. La Rizzogli dall' ex direttore generale ricevette l' incarico di «dare un' occhiata» alla pratica del trapianto e di tranquillizzare il paziente. Sia perché le parole di Enzo Manzon, che per questa vicenda dovrebbe comparire domani in aula (è stato rinviato a giudizio per millantato credito), non lasciano scampo: «Provai ad aiutare un mio cliente. Quando mi diede i 25 milioni (che consegnai a Odasso in due tranche), all' operaio rilasciai regolare ricevuta. E quando capii che non potevo aiutarlo, gli restituii la somma». A dirimere il caso infamante, sarà chiamato oggi Giuseppe Piccoli, preside della facoltà di Medicina, e responsabile dei trapianti renali, che ha scoperchiato il caso. A lui telefonò l' operaio disperato: «Professore ho pagato eppure non mi trovano il rene promesso». Luigi Odasso ieri ha lasciato trasparire che quello che riceveva erano qualche cosa di più che semplici regali: «Un' impresa, la GP, mi ha dato 50 milioni (fino a ieri ne aveva ammessi 30, ndr) e un altro imprenditore, Doninelli, una ventina». Costantino Muscau
Muscau Costantino
L'accusa, ancora una volta, è di corruzione. Le Fiamme Gialle hanno arrestato oggi pomeriggio in ospedale due piccoli imprenditori edili, nell'inchiesta sulle tangenti all'ospedale torinese delle Molinette che ha portato in carcere l'ex direttore generale Luigi Odasso. Gli arrestati sono Piero Lazzara e Tommaso Ferrara, 44 e 38 anni, titolari rispettivamente della Edil Door e di un' altra piccola azienda edile di cui per il momento non si conosce il nome.
In Procura è stato convocato un altro imprenditore, il titolare dell' azienda di ristorazione Ristor Matik, che il pubblico ministero Giuseppe Ferrando vuole interrogare. La Ristor Matik ha costruito e ha in gestione con un' altra azienda il bar delle Molinette.
L'accusa Nel 1999, Lazzara e Ferrara avrebbero versato 10 milioni di lire ciascuno all'ingegnere capo delle Molinette, Aldo Rosso (in carcere da dicembre), per assicurarsi appalti per la manutenzione ordinaria. Di loro avrebbe parlato per primo Angelo Doninelli, titolare della ditta di giardinaggio Tecnogreen, che, con la sua denuncia a ottobre, aveva fornito un importante contributo alle indagini che portarono all' arresto del direttore generale Luigi Odasso; conferme sulle bustarelle sarebbero poi arrivate dallo stesso Rosso.
La ditta di Lazzara, la Edil Door, ha vinto un lotto (valore: 4 miliardi 438 milioni di lire) di un maxi appalto per la manutenzione ordinaria. Ferrara, a capo dell'azienda omonima, non si è aggiudicato il lotto per il quale aveva partecipato alla gara, ma ha ottenuto dalla vincitrice, la Edil Contractors, dei lavori in sub-appalto, che ha diviso insieme a ditte di proprietà di alcuni familiari.