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venerdì 10 agosto 2012

ARRESTATI :Giuseppe Dore, Marinella D’Onofrio, Massimo Lai e Gianfranco Dettori

venerdì, 03 agosto 2012

Maltrattamenti ai disabili: quattro medici in arresto, ai domiciliari il consigliere regionale Antonello Peru

Un consigliere regionale del Pdl, Antonello Peru, e quattro medici sono tra le 15 persone arrestate dai Carabinieri all'alba nel sassarese e nella penisola. Pesanti le ipotesi di reato, dall'associazione a delinquere finalizzata alla truffa a maltrattamenti di disabili mentali, sequestro di persona e lesioni personali.

SASSARI - Questa mattina, alle prime luci dell’alba, i carabinieri del Comando Provinciale di Sassari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 15 persone ed a 5 decreti di perquisizione a carico di altri indagati, tutti ritenuti responsabili dei reati, a vario titolo contestati, di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ed ai maltrattamenti in danno di disabili mentali, sequestro di persona, lesioni personali.

Il provvedimento è stato emesso dal G.I.P. del Tribunale di Sassari, Carla Altieri, su richiesta della Procura della Repubblica (P.M. Michele Incani). Le indagini, avviate nello scorso aprile dopo aver appreso che ad Ittiri alcuni malati affetti da patologie neurodegenerative venivano picchiati, sono state condotte dal Nucleo Investigativo Provinciale e dal Nucleo Operativo della Compagnia di Alghero, con la collaborazione della Stazione di Ittiri. I fatti accertati partono dall’aprile 2011.

Tra gli arrestati figurano 4 medici neurologhi (Giuseppe Dore, Marinella D’Onofrio, Massimo Lai e Gianfranco Dettori) ed il consigliere regionale Antonello Peru.

Gli indagati sono accusati di aver costituito un’organizzazione - la AION-ONLUS (Associazione Italiana Operativa Neuropsichiatrica) - a scopo di lucro, traendo profitti dalle pseudo visite specialistiche e prestazioni professionali, dalle donazioni dei familiari dei pazienti, dalle vendite delle pubblicazioni della società editrice “Saturno” dagli stessi condotta, nonché dai contributi della Regione Sardegna per progetti di collaborazione con l’ASL (non ancora percepiti) e dalla concessione in comodato gratuito di un’ala dell’ospedale “Alivesi” di Ittiri.

In realtà, sotto la copertura formale dell’associazione, Dore e la D’Onofrio avrebbero concepito un “protocollo terapeutico”, la psiconeuroanalisi, divulgato a livello nazionale dai loro colleghi, che, sostenuto come efficace terapia contro il morbo di Alzheimer e in genere contro tutte le forme di demenza, si sarebbe concretizzato in gravissime violenze fisiche e psicologiche nei confronti dei pazienti (documentate dai carabinieri con audio e video intercettazioni). Allo scopo erano stati creati due siti web (www.psiconeuroanalisi.it e www.lafinedellademenzadialzheimer.blogspot.com ove gli stessi ideatori sotto pseudonimi inserivano post riguardanti falsi casi di guarigione), ed era stato pubblicato a cura dello stesso Dore il libro dal titolo “Psiconeuroanalisi dell’istero-demenza”, che i familiari dei pazienti erano costretti a comprare (35 euro).

Da parte sua Peru si sarebbe adoperato per far stipulare una convenzione tra l’Asl di Sassari e l’Aion (di cui alla delibera 912 del 7.12.2011) per la concessione di alcuni vani dell’ospedale “Alivesi” di Ittiri, con impegno per futuri progetti di collaborazione, e per la stesura da parte della stessa ASL di un bando per la ricerca scientifica, con particolari requisiti (dagli stessi indagati definito “blindato”), in modo che potesse risultare vincitrice unicamente l’Aion. Sempre Peru avrebbe ottenuto in due giorni la registrazione dell’Aion nell’albo delle associazioni di volontariato, a fronte dei 5/6 mesi necessari per le verifiche.

Alla base del pensiero di Dore, vi sarebbe la convinzione che, nel cervello del malato di mente, l’emisfero affettivo ha preso il sopravvento su quello logico. L’innovativa cura doveva servire a capovolgere questa situazione.

La “nuova terapia”, priva di validazione scientifica, sarebbe stata impartita da Dore ed applicata dai suoi più stretti collaboratori (nessuno dei quali abilitato alle pratiche mediche), nonché dai familiari consenzienti dei pazienti, convinti della sua validità ed efficacia. Le metodiche secondo le ricostruzioni sarebbero consistite, previa sospensione di ogni trattamento farmacologico, nella sottoposizione dei malati a percosse e torture (strizzamento dei capezzoli dell’uomo, privazione del pasto, perdita del sonno per l’intera notte, stare seduti sul water per lunghissimo tempo, legatura di mani e piedi, pressioni su testicoli e inguine, spruzzo di acqua gelida sul volto), che erano tanto più violente, come vere e proprie condotte punitive, quanto più i poveretti non riuscivano a svolgere esercizi di memoria o di movimento delle dita delle mani. Altra “pratica” era l’ascolto forzoso in cuffia per diverse ore al giorno, delle lezioni registrate di Dore, nell’assunto che la sua voce avesse “proprietà terapeutiche”. Previsto, infine, che i familiari e gli assistenti trattassero i pazienti con assoluta freddezza, creando negli stessi un grave senso di angoscia poiché proprio chi è a loro più vicino costituisce l’unico punto di riferimento.

Tra novembre 2011 e gennaio 2012, a causa delle percosse due pazienti sono stati condotti al pronto soccorso di Sassari, per le gravi lesioni riportate, denunciate dai familiari come accidentali (in entrambi i casi la D’onorfrio si era precipitata in ospedale per verificare che tutto procedesse regolarmente). Allo stato delle indagini, sono stati censiti circa 30 pazienti sottoposti alla “psiconeuroanalisi”.

Da evidenziare, infine, che lo scorso 4 giugno erano stati arrestati in flagranza di reato, per sequestro di persona, lesioni personali gravi e maltrattamenti, Cosimo Sarra, presente nell’odierna ordinanza, e la romena Maria Trusca, 53 anni, i quali, nell’assistere una paziente, l’avevano costretta a gravi vessazioni fisiche e psicologiche.


FONTE

domenica 22 maggio 2011

INDAGATI CARLO TOMASI, (primario) e il ginecologo ALESSANDRO BIGGIO, SARDEGNA


Parto fatale a San Gavino, due indagati
Asl: raro caso di mancata coagulazione

Solo l'autopsia, che sarà effettuata lunedì prossimo, potrà dire con esattezza le cause della morte di Romina Vargiu, la giovane mamma di Villacidro, di 34 anni, deceduta durante il parto giovedì sera nell'ospedale di San Gavino. Sta bene, invece, la piccola Aurora.

Parto fatale all'ospedale di San Gavino per la trentaquattrenne Romina Vargiu di Villacidro. A causarne la morte, secondo il direttore generale della Asl, Salvatore Piu, sarebbe stato un «caso rarissimo di mancata coagulazione del sangue avvenuto durante un normale intervento di parto cesareo». La neonata, Aurora, è per fortuna salva.

Il procuratore Giangiacomo Pilia ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e ha iscritto nel registro degli indagati Carlo Tomasi, primario del reparto di ginecologia dell'ospedale, e il ginecologo Alessandro Biggio. Lunedì ci sarà l'autopsia.

LA TRAGEDIA - Romina era una ragazza sana e forte, giovedì mattina è arrivata in ospedale sorridente, ha scherzato con tutti sino alle 19,30, ora in cui è stata accompagnata in sala travaglio. La ragazza ha iniziato ad indebolirsi e ad avvertire una forte nausea. Subito la corsa in sala operatoria, per tentare di salvare la bambina con il taglio cesareo. In pochi attimi la tragedia.

LIORI - Sul decesso della giovane mamma, alla sua prima gravidanza, è intervenuto anche l'assessore regionale della Sanità, Antonello Liori, che, oltre a esprimere sincera vicinanza ai familiari di Romina Vargiu “per un fatto così grave e doloroso”, ha aggiunto che “è necessario fare la massima chiarezza sull'accaduto. Sia la Asl 6 che l'ospedale di San Gavino offriranno la massima disponibilità, come peraltro conferma l'indagine già avviata dalla Commissione interna nominata dalla Direzione generale dell'Asl”.

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Sardegna, 34enne muore in sala parto
La disperazione del marito su Facebook

Il bambino è salvo, il padre: "non mi chiamate ma pregate per lei"


15:31 - “Stasera, quello che doveva essere il giorno più bello della mia vita e di mia moglie si è trasformato in questo vortice di dolore”. Giovanni Schiaviaffida il suo strazio a Facebook. Sua moglie, Romina Vargiu di 34 anni, è morta durante il parto la notte scorsa, all’ospedale di San Gavino Monreale, in provincia di Medio Campidano,in Sardegna. Il bambino è salvo. Ma le cause della tragedia restano ancora da chiarire.

La procura di Cagliari ha aperto un’inchiesta, nessun medico della struttura vuole parlare. L’unica voce, rotta dal pianto, è quella di un papà sconvolto che ha visto nascere un figlio e morire una parte di sé. Sul social network sfoga tutto il suo dolore: “Con il cuore a pezzi, la testa che vortica e non trova risposte, con l'illusione di vivere un incubo e che presto mi sveglierò, con la speranza che sia un folle gioco del destino e non la tremenda realtà, vi sto scrivendo”. Si rivolge agli amici.

Un uomo senza verità che cerca sostegno: “La mia Romi non ce l'ha fatta, ho perso la cosa più preziosa e importante della mia vita, la mia forza, il mio stimolo, la mia certezza ha lottato come un leone ma mi ha lasciato solo, con la piccola Aurora”, l’altra figlia della coppia. Giovanni sognava di far crescere i suoi bambini insieme alla moglie. Poche ore fa aveva persino scattato una foto a Romina, raggiante e con il pancione, e su Facebook aveva scritto agli amici: “Guardate che spettacolo di moglie mentre va in sala travaglio, naturalmente scarpe con il tacco e borsa abbinata”.

Lui scherzava, lei su Faceook aveva dedicato al bambino che aspettava una poesia di speranza, il suo ultimo post era un pensiero per lui: “A te figlio auguro un amico sincero. Un abbraccio per ogni dispiacere. Un sorriso per ogni lacrima”. Il figlio è nato tra un sorriso e una lacrima. L’abbraccio di una mamma non lo conoscerà mai.

Giovanni adesso non ce la fa a parlare, a spiegare e scrive chiuso nel silenzio: “Chiedo a tutti di non chiamare, di non inviare sms ma di pregare x la mia sposa che ci ha lasciato e per la piccola. Come ho diviso l'entusiasmo e la gioia dei giorni scorsi, divido questo dolore troppo grande perche lo possa portare da solo. Statemi vicini con il pensiero, abbracciate Romi”. I carabinieri indagano su una morte per ora senza spiegazioni e Giovanni cerca il coraggio di immaginarsi papà, di andare avanti. Sua moglie non c’è più. I sogni di Romina restano scritti in quella poesia, il suo primo ed ultimo saluto ad un figlio che non vedrà crescere: “Ti auguro i trovare nella disperazione la forza di continuare. Stringendo i denti voltando pagina. Ti auguro di trovare il coraggio di volare”.


FONTE

ARRESTATO PER ABUSI SESSUALI medico dell'Inps Kohhestani Hamdreza,SASSARI


Visite fiscali a luci rosse, arrestato medico dell’Inps. Abusava delle pazienti con la scusa di fare dei massaggi

Le palpeggiava, umiliava, plagiava, le spogliava e le obbligava al silenzio. Per questo un medico dell’Inps è stato arrestato dai carabinieri di Sennori, in provincia di Sassari, con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Kohhestani Hamdreza, questo il nome dottore, riservava alle sue pazienti visite fiscali a luci rosse, costringendole a subire abusi sessuali. Fino a che tredici di loro lo hanno denunciato e per lui è scattata l’ordinanza di custodia agli arresti domiciliari.

La tecnica usata dal professionista era semplice. Durante le sue ispezioni, fatte per conto dell’Inps, il medico si presentava alla porta delle pazienti con un sorriso gentile, controllava il certificato del medico di famiglia e, sempre con molta affabilità, iniziava a chiacchierare con le signore. Si faceva vedere interessato ai loro problemi, Kohhestani Hamdreza, iraniano di 53enne che da anni vive a Sassari, le ascoltava e dava loro consigli fino a che, con la scusa di essere un esperto di mesoterapia, si proponeva di fare massaggi alle donne.

Lì iniziavano gli abusi. Mentre massaggiava le tempie delle pazienti, il medico stava dietro, poi le faceva alzare e mentre chiedeva loro di immaginare una cosa bella, un buon profumo, un fiore, qualcosa che le facesse stare bene, si incollava addosso alle vittime e si appoggiava sul loro fondoschiena.

Ma è andato anche oltre. Una delle vittime, 28 anni, è stata costretta a levarsi la maglietta e Hamdreza ha iniziato a palpeggiarla, tutto sotto gli occhi del figlio della donna, che ha solo un anno e mezzo. Per il timore che se la prendesse con il piccolo lei non ha reagito, ma quando il dottore è tornato a trovarla, è svenuta dal panico e ha deciso di raccontare tutto ai carabinieri.

I militari di Sennori hanno così avviato un’indagine ed hanno raccolto le testimonianze di altre tredici donne con tredici storie molto simili tra loro: tutte di bella presenza, tutte con problemi di natura psichica, tutte sottoposte allo stesso trattamento. L’uomo è stato così denunciato per violenza sessuale aggravata e per lui sono scattati gli arresti domiciliari.

(Giulia Cerasi)

FONTE

venerdì 23 luglio 2010

5 casi di malasanità, interdetto ZAMBONI FAUSTO, 49 anni, primario della Chirurgia generale del Brotz Sardegna







I giudici fermano il mago dei bisturi
Zamboni potrà eseguire solo trapianti
FAUSTO ZAMBONI
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La misura, chiesta dal pm che indaga sulla morte di una donna, è sospesa in attesa che si pronunci la Cassazione

Il medico è indagato per omicidio colposo: nel 2008 avrebbe ritardato l'intervento sulla paziente poi deceduta. Il provvedimento cautelare non è esecutivo: l'ultima parola spetta alla Suprema Corte.

Sotto inchiesta per omicidio colposo rischia di non poter più entrare in sala operatoria per eseguire interventi di routine e di dover lasciare la direzione del reparto, anche se potrà comunque continuare a dedicarsi ai trapianti.

PRIMARIO SOSPESO Con una decisione clamorosa il Tribunale del Riesame di Cagliari, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore Maria Virginia Boi, ha interdetto il dottor Fausto Zamboni, 49 anni, primario della Chirurgia generale del Brotzu, dall'attività medica ordinaria. La misura cautelare resterà però sospesa sino a quando sullo spinosissimo caso non si pronuncerà anche la Cassazione. Ma se anche i giudici della Suprema Corte dovessero avallare il provvedimento, allora per il noto medico, luminare dei trapianti di fegato, scatterebbe il divieto di proseguire la normale attività professionale nel reparto da lui diretto.

DONNA MORTA La richiesta d'interdizione, una vera rarità nelle inchieste sulle colpe mediche, è legata al caso di una donna deceduta il 16 agosto del 2008 al Brotzu, per il quale Zamboni risulta indagato con l'accusa di omicidio colposo insieme ad altri tre medici dell'ospedale. Wilma Angela Carboni, 47 anni, cagliaritana, si era presentata nel nosocomio per una occlusione intestinale. Ricoverata nel reparto di chirurgia era stata operata l'8 agosto. A esserle fatale, stando agli esiti dell'autopsia, era stata una grave complicanza: del materiale enterico era entrato nei polmoni causando una sorta di soffocamento.

L'INCHIESTA Dopo la denuncia dei familiari della donna, tutelati dall'avvocato Emanuele Matta, la Procura della Repubblica aveva immediatamente aperto un'inchiesta sul chirurgo che l'aveva operata e sugli anestesisti (la cui posizione è stata archiviata), disponendo anche una consulenza. E proprio l'esito della perizia ha innescato la richiesta di sospensione di Zamboni: per gli esperti del pm la donna si sarebbe infatti salvata se si fosse intervenuti in tempi rapidi. Insomma, la responsabilità del primario, che non partecipò all'intervento (quel giorno era in ferie), sarebbe stata quella di non aver ordinato subito l'operazione, che fu eseguita solo otto giorni dopo il ricovero, quando il quadro clinico della paziente sarebbe stato ormai compromesso.

IL NO DEL GIP Una ricostruzione contestata dal legale del professionista, l'avvocato Patrizio Rovelli, il quale si era aggiudicato il primo round, visto che nelle scorse settimane il Gip Roberto Cau aveva rigettato la richiesta di applicazione della misura interdittiva, ritenendo che non esistessero i presupposti. A quel punto però il magistrato requirente ha fatto ricorso al tribunale del Riesame presieduto da Massimo Poddighe, che ieri mattina, a sorpresa, gli ha dato ragione.

L'ECCEZIONE Resta infine da capire perché la Procura abbia chiesto l'interdizione di Zamboni dall'attività chirurgica ordinaria (citando nel ricorso anche altre inchieste simili in cui è indagato, una delle quali è già approdata in aula) ma non anche da quella super-specialistica dei trapianti di fegato. Quasi a intendere - ma è solo un sospetto - che nell'ottica dell'accusa non siano in discussione le capacità professionali del noto primario, quanto piuttosto la sua adeguatezza a dirigere, organizzare e far funzionare il reparto. Ora la parola passa alla Cassazione.

MASSIMO LEDDA

Giovedì 22 aprile 2010 12.19
http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/177750

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Il mago del bisturi non può operare
Cinque casi di malasanità per Zambonidi Fabio Manca
FAUSTO ZAMBONI

Sono cinque i casi di presunta malasanità che coinvolgono Fausto Zamboni, mago dei trapianti di fegato e primario del reparto di Chirurgia generale del Brotzu. Lo si evince dalla richiesta di sospensione dall’attività chirurgica ordinaria richiesta dal pm che conduce l’inchiesta, Maria Virginia Boi, e accolta mercoledì dal giudice del riesame Massimo Poddighe.
La magistratura ha esaminato una serie di casi clinici a partire dal 2002 ed ha concluso che Zamboni è in grado di effettuare interventi ad alta specializzazione come i trapianti – sui quali vanta una delle percentuali di sopravvivenza più alte d’Italia – ma non ha le capacità di eseguire interventi semplici né di gestire il reparto. Per il pm il chirurgo bresciano sarebbe addirittura “pericoloso socialmente”.
Ma nonostante le gravi accuse, tutte da provare, molti si sono schierati dalla sua parte. I 150 trapiantati di fegato, che per lunedì hanno annunciato una manifestazione di solidarietà al Brotzu, parte dei colleghi (“è un uomo che salva le vite, non un chirurgo che semina morte”), la stessa direzione del San Michele, che “nel rispettare l’operato della Magistratura e in attesa di leggere le motivazioni della sentenza del Tribunale del Riesame di Cagliari, conferma la sua piena e totale fiducia al dottor Fausto Zamboni”.
Dure le accuse di Franco Meloni, consigliere regionale del Pdl, l’uomo che da direttore generale del Brotzu, nel 2003 portò Zamboni a Cagliari per far decollare l’attività dei trapianti: “La verità è che qui si sono saldati interessi che chi opera nella sanità conosce benissimo. Zamboni è un grande chirurgo e dà fastidio, increspa le acque stagnanti del mare della chirurgia cagliaritana che da decenni governa il sistema. E’ venuto fuori senza chiedere il permesso ai vecchi baroni e questo non poteva essere accettato”.
http://www.unionesarda.it/Articoli/Approfondimenti/177884

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Anziano morto, 'assolto' Fausto Zamboni
FAUSTO ZAMBONI
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I periti nominati dal gip difendono l'operato del primario di Chirurgia del Brotzu

Scelta terapeutica corretta, dimissioni decise con prudenza, rischio di morte aumentato del 10 per cento. Queste le conclusioni dei periti Gianfranco Lemmo e Francesco Dubolino nominati dal gip Ermengarda Ferrarese per valutare l'operato del primario di Chirurgia d'urgenza del Brotzu Fausto Zamboni.

Davanti ai consulenti dell'accusa e della difesa ieri mattina i due esperti hanno motivato la corposa perizia che scagiona il re dei trapianti di fegato dall'accusa di omicidio colposo in relazione alla fine del pensionato affetto da neoplasia gastrica, Luigi Melis, 73 anni, morto il 25 gennaio 2007, due mesi dopo l'ultimo ricovero al Brotzu. Nel giro di quattro mesi il paziente era stato sottoposto a dodici interventi chirurgici.

«Solitamente si procede con un altro tipo di intervento», scrivono i periti, «ma la scelta terapeutica adottata era comunque un'opzione tecnica percorribile». E ancora: le dimissioni dall'ospedale del 18 luglio 2006, 24 agosto 2006 e 9 ottobre 2006 sono state disposte «con prudenza e diligenza». Quanto alla morte, è stata causata da una setticemia e non da complicanze legate ai molteplici interventi chirurgici, dunque «per decadimento delle condizioni cliniche generali», due mesi dopo l'ultimo ricovero al Brotzu.

Zamboni ha dunque osservato un atteggiamento sanitario «corretto» e, anche se si potrebbero individuare alcuni «elementi di imprudenza, i tempi intercorsi tra le scelte terapeutiche e il decesso non consentono di individuare un chiaro nesso di causalità al di là di ogni ragionevole dubbio». Secondo i periti i dodici interventi chirurgici hanno sì aumentato il rischio di morte ma in percentuali basse: «L'atteggiamento aggressivo, non condiviso dai più anche se praticato in alcuni centri, ha conseguito un aumentato rischio di mortalità ma pari a una percentuale fra il 4 e il 10». Infine: «La documentazione agli atti non consente di richiamare elementi certi di malasanità».

La discussione con i consulenti del pm Maria Virginia Boi (Marino Cagetti e Roberto Demontis) e quelli della difesa (Francesco Viglino e Mauro Salizzoni), proseguirà il 21 settembre.

La settimana scorsa un altro gip, Roberto Cau, sempre su richiesta della difesa di Zamboni, ha affidato l'incarico a un esperto per far luce su un altro caso di malasanità imputato a Zamboni, quello per cui il pm ha ottenuto dal Tribunale del riesame l'interdizione del primario dall'attività chirurgica per due mesi, decisione sospesa in attesa del ricorso per Cassazione.

Martedì 29 giugno 2010 07.50
http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/186215