In questo blog NON ESISTE BAVAGLIO e pertanto verranno raccolti e pubblicati tutti i nominativi degli operatori sanitari, che siano essi condannati- rinviati a giudizio o solo indagati. il paziente ha il sacrosanto diritto di sapere nelle mani di chi sta affidando la sua Vita.
lunedì 20 agosto 2012
LA CORTE DEI CONTI CONDANNA : LA ROCCA GIUSEPPE,SERIO FRANCESCO,PETTA GIUSEPPE, CANZONE GIUSEPPE ,PALERMO
domenica 22 maggio 2011
MAFIA: diventi primario solo se lo vuole GIAMMARINARO, Trapani
Venerdì 20 Maggio 2011
"In provincia di Trapani diventi primario solo se lo vuole Giammarinaro"
E' uno dei particolari che emergono dal corposo dossier preparato dalla Questura per giustificare il sequestro di beni per 35 milioni di euro contro ai danni di Pino Giammarinaro. Ci fu un periodo in cui Giammarianaro decideva tutto, ma proprio tutto, delle sorti del personale medico in provincia di Trapani.
Scrivono gli inquienti: "Una personalità, quindi, quella del Giammarinaro Giuseppe, tumultuosa ed invadente, capace di determinare le sorti di qualsivoglia operatore della sanità territoriale, dalla nomina di primari suoi amici al posto di autentici “scienziati” - che se a lui non legati sono da considerare “scecchi” - ai trasferimenti del personale, dalle assunzioni pure superflue di nuove energie alle riduzioni (o ripristini) degli orari di servizio, il tutto dispiegato in un terreno sì limaccioso da indurre sdegnata riprovazione finanche in personaggi non proprio avulsi da certe logiche inquinate".
Chi si lamentava più di tutti dello strapotere di Giammarinaro (senza fare nulla per impedirlo) era l'attuale Presidente della Provincia di Trapani, Mimmo Turano, fino a poco tempo fa deputato regionale dell'Udc. E' all'intercettazione di una sua conversazione che si deve questa divisione dei medici fra "scecchi" e "scienziati". Turano esprime la propria impotenza in merito alla situazione che si era creata presso l’ospedale di Alcamo per il concorso a primario in cui, sebbene concorresse un medico che godeva di ottima reputazione professionale, definito per voce comune bravo come uno scienziato vi era stata l’intromissione di Giammarinaro per sostenere fortemente tale dottor “SCALISI”. "E' lui che impera" era il commento rassegnato di Turano, che diceva: "Giustamente ... minchia ... qua ad Alcamo hanno fatto il concorso all'ospedale come primario....eh... dice che c'è un dottore che è uno scienziato....ma non lo vogliono fare vincere a questo, lo vogliono fare vincere a Scalisi che è amico di Giammarinaro....".
Giammarinaro aveva propri «fedelissimi» nei posti-chiave dell'azienda sanitaria provinciale, primo fra tutti Giuseppe «Pippo» Cangemi, per anni direttore sanitario della Asl.
In un incontro in cui veniva decisa la spartizione di posti dirigenziali nella sanità trapanese, il medico Vincenzo Borrusosi rivolgeva a Giammarinaro per chiedergli: «Ma insomma, quando mi fai diventare primario?». Proprio in quel momento era stato nominato il nuovo dirigente generale dell'Asl, Fulvio Manno. La prima preoccupazione di Borruso era stata quella di chiedere a Giammarinaro: «Questo direttore amico nostro è?». Girava voce infatti che Manno volesse «liquidare» Cangemi. Giammarinaro tranquillizzò subito il suo amico medico: «Ma chi racconta queste minchiate?».
E' proprio nella salute che è cominciata - illo tempore - la formidabile carriera politica di Giammarinaro. Dall'Usl 4 nel 1991 aveva fatto il salto a Sala d'Ercole, eletto deputato regionale della Dc con 50 mila preferenze. Capo della componente andreottiana, era stato proprio il senatore a vita Giulio Andreotti ad affiancarlo in una affollata manifestazione al palazzetto dello sport di Trapani. A metà anni '90 però le indagini, i pentiti lo indicano in combutta con la mafia, a Marsala la Procura indaga sulla malagestione dell'Usl. Esce assolto dal processo di mafia, ma condannato per peculato e concussione. E quindi sorvegliato speciale.
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Salus Iniqua: l'indagine che mostra il volto di cos'e' la nuova mafia
di Rino Giacalone - 18 maggio 2011 Giuseppe Linares, promosso primo dirigente ha dovuto lasciare l’ufficio investigativo passando ad un altro genere di indagini, quelle che forse oggi più di ieri servono per colpire la criminalità organizzata e mafiosa, i complici di Cosa nostra, usando l’arma delle misure di prevenzione. Quei provvedimenti che danno origine ai sequestri e poi alle confische. La Divisione anticrimine tra gennaio e marzo scorso ha messo a punto la misura di prevenzione che ha portato il Tribunale di Trapani ad applicare per la prima volta, da quando è entrato in vigore il pacchetto sicurezza del Viminale, un sequestro preventivo, riconoscendo la pericolosità sociale del soggetto che controllava il relativo patrimonio: 35 milioni di beni, nella maggiorparte dei casi quote sociali di centri di assistenza sanitaria. Destinatario l’on. Pino Giammarinaro, proposto per 5 anni di sorveglianza speciale, ed i suoi prestanome finiti indagati per riciclaggio. La borghesia mafiosa. In conferenza stampa il dott. Linares è stato «lapidario»: «Gli elementi raccolti contribuiscono non poco a qualificare la condotta del Giammarinaro, anche alla luce di numerosi pronunciamenti giurisprudenziali, sintomatica di una contiguità consapevole e costante agli interessi della associazione mafiosa, di una mentalità improntata esclusivamente a stilemi tipici della consorteria mafiosa trapanese». «Dalla disamina dei vari episodi di cui si è reso protagonista, il Giammarinaro - hanno sostenuto gli investigatori - risulta la prototipica espressione di quella “borghesia mafiosa” che ha rivoluzionato i contorni classici della figura del soggetto indiziato di contiguità mutualistica all'associazione mafiosa “Cosa nostra”, figura che le più recenti sentenze penali riguardanti le indagini sui mandamenti mafiosi della Provincia di Trapani hanno visto imporsi in un vincolo di strumentale collusione e ciò a prescindere da una qualsivoglia formale adesione alla stessa (che oggi, peraltro, è risultata assai meno usuale di un tempo)». «Siamo dinanzi – ha proseguito Linares – dinanzi al metodo mafioso “sommerso” voluto dal latitante Matteo Messina Denaro». «Non è la mafia che mette l’attak – ha aggiunto il neo capo della Squadra Mobile Giovanni Leuci – ma una mafia che in questo modo controlla le imprese, le società, gli enti locali, dall’interno, è una mafia che crea benessere, posti di lavoro, raccoglie l’indispensabile consenso sociale». A fare i cosidetti «conti in tasca» all’on. Giammarinaro sono state le Fiamme Gialle : «Credo che l’entità del sequestro – ha detto il maggiore Matteo Amabile comandante del nucleo della Guardia di Finanza di Trapani – è determianta in 35 milioni non certo per eccesso ma per difetto. Abbiamo riscontrato una situazione incredibile con familiari, parenti, clientele di vario genere garantite con le assunzioni». Il capo della Mobile Leuci ha illustrato invece l’indagine della Procura di Trapani per la quale sono stati notificati sette avvisi di conclusione delle indagini (ipotesi intestazione fittizia di beni, falso nel rilascio di ceritifcati medici, favoreggiamento nell’elargizione di contributi pubblici) . Mi presento, mi chiamano “Pino Manicomio”. A Salemi all'on. Pino Giammarinaro alcuni lo conoscono, e lo appellano, così sono stati sentiti dire dagli investigatori che stavano «ascoltando» alcune utenze telefoniche, come «Pino manicomio». Uno che lo chiamava in questa maniera era l’attuale addetto stampa del sindaco Sgarbi, il giornalista Nino Ippolito. Il «tentativo di condizionamento» del Comune di Salemi, è uno dei capitoli dell’indagine. Il sindaco Sgarbi non è assolutamente indagato, esce dall’inchiesta quasi come una «vittima» ma «consapevole», o almeno al contrario del suo ex assessore Oliviero Toscani, il fotografo famoso nel mondo, non è mai andato in procura a denunciare «pressioni» dell’ex deputato, che anzi lui ieri ha scelto ancora di difendere. La vicenda di «Pino manicomio» esce però in un contesto in cui Ippolito parlando con l’assessore Bivona informa questa che Giammarinaro stava andando in aeroporto a prelevare Sgarbi per fargli firmare una delibera con la quale designava l’assessore Calistro (cognato di Giammarinaro) rappresentante del Comune all’interno dell’Unione dei Comune belicini che si apprestava a sfruttare un finanziamento per i 150 anni dell’unità d’Italia. C’è poi l’aspetto rilevante del «condizionamento» esercitato secondo inquirenti e investigatori di Polizia e Finanza, all’interno della sanità pubblica, che da quando Giammarinaro fu nominato negli anni ’80 presidente dell’allora Usl 4 di Mazara, era diventata la sua fonte principale di attività, costruendo un vero e proprio potere rimasto non intaccato nonostante una precedente misura di prevenzione, una sorveglianza speciale per 4 anni che da poco l’ex deputato ha finito di scontare. Una carriera quella di Giammarinaro interrotta dalle grane giudiziarie. Dall’Usl 4 nel 1991 aveva fatto il salto a Sala d’Ercole, eletto deputato regionale della Dc con 50 mila preferenze. Capo della componente andreottiana, era stato proprio il senatore a vita Giulio Andreotti ad affiancarlo in una affollata manifestazione al palazzetto dello sport. A metà anni ’90 però le indagini, i pentiti lo indicano in combutta con la mafia, a Marsala la Procura indaga sulla malagestione dell’Usl. Esce assolto dal processo di mafia, ma condannato per peculato e concussione. E quindi sorvegliato speciale. Anche allora erano emerse «interferenze» nella politica e negli enti locali. Una pericolosità sociale che secondo i giudici invece che fermarsi è ancora di più cresciuta. La “tassa” per diventare deputato. La storia dello zio Calò. C’è un «filo rosso» all’interno dell’indagine che ha portato al sequestro dei beni nei confronti dell’ex parlamentare regionale Pino Giammarinaro. Ed è il filo dei collegamenti politici. Da sorvegliato speciale oltre che violare le norme, continuando a gestire e ad accrescere con «metodologia mafiosa» il proprio patrimonio, ha continuato ad occuparsi di politica, e veniva trattato da pari a pari da esponenti politici regionali e nazionali che pur sapendolo un sorvegliato speciale non si traevano indietro dall’avere contatti e incontri con lui. I nomi citati nel provvedimento emesso dal Tribunale di Trapani sono diversi, quelli più importanti sono dell’attuale ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, all’epoca in cui però questi era il capo indiscusso dell’Udc siciliana, dell’allora Governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, e poi via via a scendere sino a livello locale. Nel capitolo della politica vi sono vicende oggetto di approfondite indagini. Come il retroscena dell’elezione a deputato dell’ex presidente dell’ordine dei medici Pio Lo Giudice. Questo fu convinto da Giammarinaro a candidarsi e fu alle ultime regionali l’unico parlamentare dell’Udc eletto (adesso è transitato con l’Api di Rutelli). Già durante la campagna elettorale qualcosa era suonato in modo strano, in particolare gli incontri elettorali ai quali Giammarinaro era sempre presente e che concludeva con una «novella»: raccontava, parlando con Lo Giudice, della storia di un politico potente agrigentino, “u zu Calò” che un giorno notificò al parlamentare che era eletto che non lo sarebbe stato più, dandogli pubblicamente dell’«ex» quando ancora era in carica. Il «messaggio» a Lo Giudice insomma arrivò forte e chiaro su quello che avrebbe dovuto fare e su come sarebbe finita se avesse girato a lui le spalle. Non contento a Lo Giudice a risultato ottenuto notificò una richiesta: il pagamento di 200 mila euro per spese elettorali sostenute. Lo Giudice protestò, si rivolse al segretario del partito Romano e da questi ebbe ad apprendere che a Giammarinaro direttamente erano stati consegnati 40 mila euro di rimborso elettorale che in realtà sarebbero spettati a lui. Lo Giudice sarebbe stato sottoposto a vere e proprie «pressioni psicologiche». Di soldi e politica ha parlato anche l’ex consigliere comunale di Marsala Enzo Laudicina: alle precedenti elezioni regionali 20 milioni di lire Giammarinaro li ebbe a chiedere all’allora deputato, appena eletto, sempre dell’Udc, Norino Fratello. Come se c’era una tassa non scritta da dovere pagare per il seggio in Parlamento. Quanto contasse Giammarinaro era ben noto anche a politici locali come Girolamo Turano, attuale presidente della Provincia. In una conversazione intercettata, Turano lamentava la capacità di Giammarinaro di pilotare, anche grazie a dirigenti compiacenti, le sorti di nomine, incarichi e concorsi indetti dalla A.S.L. di Trapani. L’omicidio di un infermiere che faceva il manager delle dialisi. L’1 ottobre del 2002 fu trovato ucciso nella spiaggia di Capo Feto. Si chiamava Salvatore Capizzo. Aveva 44 anni, era originario di Salemi, da tempo abitava a Mazara, infermiere professionale. Ma quello che stupì gli investigatori fu la circostanza che nella sue tasche gli vennero rinvenuti agendine e appunti con annotazioni relative questioni sanitarie, numeri di telefono di dirigenti della sanità, dell’on. Pino Giammarinaro. Un infermiere dai tanti, forse troppi contatti. Un delitto irrisolto e però partendo da questo omicidio, risalendo via via la china di «rapporti pericolosi» la Squadra Mobile completò un rapporto investigativo finito alla Dda di Palermo e ora tornato alla competenza della Procura di Trapani. È da questa inchiesta che ha preso anche spunto la misura di prevenzione e il sequestro di beni, nonchè il filone di inchiesta «esploso» con la notifica di avvisi di conclusioni delle indagini e avvisi di garanzia. Cosa si è scoperto dietro il delitto Capizzo? La gestione «occulta» dell’on. Giammarinaro di alcune «Rsa». (residenze socio assistenziali) ricadenti, in particolare, a Mazara e Salemi, nonché un centro di emodialisi di Mazara, dove l’ex deputato risultava essere socio occulto proprio con Capizzo che all’epoca del delitto pensava ad aprire anche una attività sanitaria a Trapani. Capizzo era amministratore unico del «Centro Emodialisi Mazarese», ma i «contatti» tra Capizzo e Giammarinaro non sarebbero stati solo dentro il «Cem». Erano anche di altra natura. Capizzo infatti si sarebbe preso cura della latitanza dell’on. Giammarinaro quando questi era ricercato tra il 1995 e il 1996. Custodiva libretti al portatore, si sarebbe fatto prmotore di raccolte di denaro nei confronti del politico. Un politico potente Giammarinaro. Di lui hanno parlato alcuni pentiti di mafia come Salvatore Lanzalaco, Antonino Giuffrè e Mariano Concetto, lo hanno indicato come «snodo fondamentale delle dinamiche criminali della consorteria mafiosa dell’intera provincia di Trapani», quella capeggiata dal latitante Matteo Messina Denaro. Il boss, capo mafia di Castelvetrano, che si dice durante la sua latitanza si è potuto muovere guarda caso nascosto dentro delle «ambulanze»a e il delitto Capizzo sono le ombre che si stagliano sull’opwerazione «Salus iniqua». Il controllo della sanità pubblica. Oltre alla gestione di una rete di società attraverso «obbedienti prestanome», era proprio Giammarinaro a decidere gli avanzamenti di carriera e le nomine di primari. Aveva propri «fedelissimi» nei posti-chiave dell’azienda sanitaria provinciale, primo fra tutti Giuseppe «Pippo» Cangemi, per anni direttore sanitario della Asl. La scelta dei sanitari da promuovere era vincolata dall’appartenenza politica. E con questo criterio sarebbero stati scelti, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, due primari assegnati agli ospedali di Alcamo e di Salemi. I meriti professionali e i titoli non avevano alcuna rilevanza, i medici «scienziati» venivano fatti fuori in favore dei sanitari «scecchi» (frase contenuta in una intercettazione). In un incontro in cui veniva decisa la spartizione di posti dirigenziali nella sanità trapanese, il medico Vincenzo Borruso si rivolgeva a Giammarinaro (che, malgrado l’obbligo di soggiorno, continuava a muoversi con facilità) per chiedergli: «Ma insomma, quando mi fai diventare primario?». Proprio in quel momento era stato nominato il nuovo dirigente generale dell’Asl, Fulvio Manno. La prima preoccupazione di Borruso era stata quella di chiedere a Giammarinaro: «Questo direttore amico nostro è?». Girava voce infatti che Manno volesse «liquidare» Cangemi. Giammarinaro tranquillizzò subito il suo amico medico: «Ma chi racconta queste minchiate?». Dalle convenzioni con le strutture socio-assistenziali alle nomine, dagli incarichi per tecnici di laboratorio ai concorsi per medici e primari. Con un «sistema» che contava su un formidabile retroterra politico Giuseppe Giammarinaro aveva, in pratica, messo le mani sulla sanità in provincia di Trapani. «Per ora è lui che impera» diceva sconsolato al telefono l’ex deputato regionale dell’Udc Girolamo Turano, ora presidente della Provincia. Le intercettazioni offrono uno spaccato del «sistema» clientelare che aveva messo sotto controllo l’Asl 9 di Trapani. FONTE |
ERGASTOLO PER DR ANTONIO CINA' : MAFIA

MAFIA: DEFINITIVO ERGASTOLO A MEDICO DI RIINA E PROVENZANO
La sesta sezione della Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per Antonino Cina', il medico che curo' Toto' Riina e Bernardo Provenzano, con le rispettive famiglie, durante la latitanza, e che ebbe un ruolo nella trattativa fra mafia e Stato. Condannato altre tre volte per mafia, Cina' aveva avuto sempre pene 'temporanee': ora invece non uscira' piu' dal carcere, perche' - assieme al boss di Pagliarelli Nino Rotolo, pure lui condannato alla massima pena - e' stato riconosciuto colpevole della lupara bianca che costo' la vita a Giovanni Bonanno, ucciso nel gennaio del 2006. .
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Cina' nega di essere mafioso vero
di Dora Quaranta – 9 gennaio 2009
Palermo. Ha deposto in aula il medico Antonino Cinà nell’ambito del processo, che lo vede fra gli imputati, scaturito dall’operazione “Gotha” del giugno 2006. Cinà, ritenuto dall’accusa il medico personale di Totò Riina, si è difeso sostenendo di non essere un mafioso vero, ma un professionista.
“E i miei discorsi con Nino Rotolo – ha aggiunto – sono solo elucubrazioni fra due comari” riferendosi alle intercettazioni telefoniche effettuate dalle forze dell’ordine. Ha negato poi di aver procurato voti a Giovanni Mercadante, ex deputato regionale di F.I., dicendo: “Mi sono espresso in modo basso, sgradevole. Ne parlavo con Nino Rotolo per cercare di farmi vedere ai suoi occhi come l’uomo che prende il politico per i capelli. Non gli ho fatto avere un solo voto”. In una intercettazione Cinà parlerebbe con Rotolo della possibilità di punire un estorsore del clan Lo Piccolo. “Per senso civico – ha detto Cinà al pm Paci per giustificarsi – per altruismo, io cerco di attutire le sofferenze di chi poteva subire l’arroganza di queste persone”.
sabato 31 luglio 2010
ARRESTATO IL dr GIUSEPPE GIARRATANO,CALTANISETTA

Medico chiede 6mila euro per invalidità: arrestato
I carabinieri della Compagnia di Mussomeli (Caltanissetta) hanno arrestato con l’accusa di concussione, il dottor Giuseppe Giarratano, 39 anni, medico specialista di Caltanissetta e consigliere comunale a Riesi (CL).
Nominato consulente tecnico d’ufficio in una causa civile per un incidente stradale, il medico avrebbe chiesto seimila euro in contanti alla vittima dell’ incidente per pronunciarsi e confermare definitivamente l’invalidità con percentuale del 25%, già riscontrata nelle precedenti visite del medico curante e del medico legale.
L’indagine, avviata in seguito alla denuncia della vittima, é sfociata nell’operazione che ha portato all’arresto in flagranza di reato del professionista, bloccato dai carabinieri all’ uscita dall’abitazione dell’uomo che aveva denunciato l’estorsione, a Villalba, con la “mazzetta” di seimila euro in tasca appena riscossa.
31 marzo 2010 | 08:46
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Per confermare l’invalidità ad un paziente , avrebbe intascato 6.000 euro e per questo motivo nella serata di martedì un insospettabile medico è stato arrestato in flagranza di reato a Villalba dai carabinieri della Compagnia di Mussomeli con la grave accusa di concussione.
In manette è finito Giuseppe Giarratano, medico specialista in pneumologia e allergologia con studio a Riesi e in servizio nel reparto di Oncologia nell’ospedale “Sant’Elia” di Caltanissetta.
Il dott. Giarratano era stato nominato consulente tecnico d’ufficio dal Tribunale Civile di Caltanissetta nell’ambito di una causa civile inerente un sinistro stradale con feriti. Il suo compito era quello di pronunciarsi sull’invalidità della vittima dell’incidente stradale, peraltro in condizioni di salute precarie, già valutata con una percentuale del 25% in occasione delle precedenti visite espletate dal medico curante e dal medico legale.
L’indagine condotta dai carabinieri, e coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Di Leo, è stata messa in piedi con la collaborazione del figlio della vittima dell’incidente stradale, il quale ha denunciato ai carabinieri di Mussomeli l’illecita richiesta del medico.
Dalle indagini è emerso che Giarratano, subito dopo avere ricevuto l’incarico di consulente tecnico d’ufficio, aveva contattato il figlio della vittima dell’incidente, disoccupato dal quale in un incontro appositamente organizzato su un balcone dell’ospedale di Caltanissetta, avrebbe richiesto 6.000 euro per far sì che in occasione della visita peritale, si esprimesse favorevolmente sulla definitiva conferma dell’invalidità con percentuale al 25% già riscontrata nelle precedenti visite.In occasione della perizia, il medico e il figlio della vittima dell’incidente si sono dati appuntamento nell’abitazione del denunciante. Il dott. Giarratano ha effettuato la visita, andando via con la “mazzetta” di 6.000 euro. Ma appena salito in auto e avviata la propria vettura, Giarratano è stato bloccato da alcuni carabinieri in borghese appostati nelle vicinanze dell’abitazione del denunciante.
Il medico è stato perquisito e addosso gli è stata rinvenuta una busta di colore giallo, contenente la somma in contanti di 6.000 euro, tutta in banconote di grosso taglio, appena riscosse dalla vittima. Ciò che i militari sapevano sarebbe stato consegnato dal denunciante al medico.
Il dott. Giarratano non ha opposto resistenza; subito trasferito nella caserma di di Mussomeli, è stato dichiarato in arresto per concussione. Dopo l’espletamento degli atti d’ufficio, è stato trasferito nella casa circondariale di Caltanissetta a disposizione del sostituto procuratore Onelio Dodero. Il denaro è stato restituito alla vittima della concussione. Giarratano è difeso dall’avv. Vincenzo Vitello.
Roberto Mistretta
venerdì 23 luglio 2010
Condannato per MAFIA!! GIOVANNI MERCADANTE,61 ANNI, RADIOLOGO-POLITICO,SICILIA 10 ANNI

radiologo ed ex deputato Fi
I pm: "Pienamente inserito nel sodalizio criminoso"
Giovanni Mercadante Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l'arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di "una Cosa sua", più che di Cosa Nostra. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, oggi condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio.
Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta e l'arresto. A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti.
Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato "pienamente inserito nel sodalizio criminoso". Una conclusione riscontrata anche dalle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia: da Nino Giuffrè ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffrè racconta di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi. Siino parla del professionista come di "uno dei più grossi favoreggiatori" del padrino di Corleone; Brusca lo definisce "persona disponibile".
Per gli inquirenti, il medico-politico avrebbe anche fornito "il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio (l'Angiotac, ndr) per prestazioni sanitarie in favore degli associati mafiosi, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo, in cambio, l'appoggio elettorale di Cosa nostra in occasione delle regionali in cui era candidato".
E un ruolo strategico in Cosa nostra avrebbe avuto anche uno degli otto coimputati di Mercadante, Nino Cinà, oggi condannato a 16 anni, l'uomo dei tanti misteri, della presunta trattativa tra Stato e mafia: reggente del mandamento di Resuttana, sarebbe stato "mediatore e pacificatore". Tra le stragi del '92, prima; poi, nel 2005, quando avrebbe tentato di evitare lo scontro fra le cosche a seguito del rientro dei cosiddetti scappati", mafiosi esuli negli Usa dai primi anni '80 per sfuggire alla mattanza dei corleonesi.
Medico di Toto' Riina e di Bernardo Provenzano, Cinà è già stato condannato due volte per associazione mafiosa: "Ma le condanne e la detenzione - secondo i magistrati - non hanno interrotto la sua partecipazione alle attività mafiose".
Tra gli imputati condannati, anche il boss di Torretta, Lorenzino Di Maggio, ritenuto vicino ai capimafia palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo; Bernardo Provenzano, accusato in questo processo di tentata estorsione. Assolto, invece, Marcello Parisi, figlio di Angelo Parisi, ritenuto vicino al capomafia Nino Rotolo. Secondo la Procura la sua candidatura al Consiglio comunale di Palermo sarebbe stata sponsorizzata da Rotolo e Cinà che si sarebbero rivolti per un appoggio politico proprio a Mercadante. Ma i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove portate a suo carico dai pm.
Nel processo scaturito dall'operazione Gotha, che portò all'arresto di colonnelli e gregario di Bernardo Provenzano, accanto ai vertici delle cosche, c'erano anche quattro commercianti palermitani: accusati di avere negato le richieste di pizzo. Solo uno di loro è stato condannato.
(28 luglio 2009)
http://palermo.repubblica.
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28-07-2009 Mafia
Medico palermitano condannato a dieci anni
PALERMO. Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l'arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di "una Cosa sua", più che di 'Cosa Nostra'. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, oggi condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio.
Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta e l'arresto. A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti.
Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato "pienamente inserito nel sodalizio criminoso". Una conclusione riscontrata anche dalle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia: da Nino Giuffré ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffré racconta di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi. Siino parla del professionista come di "uno dei più grossi favoreggiatori" del padrino di Corleone; Brusca lo definisce "persona disponibile".
Per gli inquirenti, il medico-politico avrebbe anche fornito "il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio (l'Angiotac, ndr) per prestazioni sanitarie in favore degli associati mafiosi, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo, in cambio, l'appoggio elettorale di Cosa nostra in occasione delle regionali in cui era candidato".
E un ruolo strategico in 'Cosa Nostra' avrebbe avuto anche uno degli otto coimputati di Mercadante, Nino Cinà, oggi condannato a 16 anni, l'uomo dei tanti misteri, della presunta trattativa tra Stato e mafia: reggente del mandamento di Resuttana, sarebbe stato "mediatore e pacificatore". Tra le stragi del '92, prima; poi, nel 2005, quando avrebbe tentato di evitare lo scontro fra le cosche a seguito del rientro dei cosiddetti "scappati", mafiosi esuli negli Usa dai primi anni '80 per sfuggire alla mattanza dei corleonesi. Medico di Toto' Riina e di Bernardo Provenzano, Cinà è già stato condannato due volte per associazione mafiosa: "Ma le condanne e la detenzione - secondo i magistrati - non hanno interrotto la sua partecipazione alle attività mafiose". Tra gli imputati condannati, anche il boss di Torretta, Lorenzino Di Maggio, ritenuto vicino ai capimafia palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo; Bernardo Provenzano, accusato in questo processo di tentata estorsione. Assolto, invece, Marcello Parisi, figlio di Angelo Parisi, ritenuto vicino al capomafia Nino Rotolo. Secondo la Procura la sua candidatura al Consiglio comunale di Palermo sarebbe stata sponsorizzata da Rotolo e Cinà che si sarebbero rivolti per un appoggio politico proprio a Mercadante. Ma i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove portate a suo carico dai pm.
Nel processo scaturito dall'operazione Gotha, che portò all'arresto di colonnelli e gregario di Bernardo Provenzano, accanto ai vertici delle cosche, c'erano anche quattro commercianti palermitani accusati di avere negato le richieste di pizzo. Solo uno di loro è stato condannato.
http://www.ordinemedicipa.
Condannato in II°,RANERI RICCARDO, ORTOPEDICO OSP.GANZIRRI, MESSINA,1 ANNO(pena sospesa!!)

PER LA MORTE DI UNA DICIANNOVENNE: CONFERMATA LA CONDANNA PER L’ORTOPEDICO MESSINESE RICCARDO RANERI AD UN ANNO
Postato da Enrico Di Giacomo
L’ortopedico messinese Riccardo Raneri ieri si è visto confermare in secondo grado la condanna a un anno per la morte della diciannovenne nissena Simona Porta. La stessa condanna (per omicidio colposo) gli era stata inflitta il 4 giugno dello scorso anno dal giudice monocratico Alessandra Giunta. Ieri la prima sezione penale della Corte d’Appello presieduta da Francesco Ingargiola (consiglieri Maria Carmela Giannazzo e Andreina Occhipinti) ha invece confermato l’assoluzione dell’ex medico curante della famiglia Porta, Giuseppe Mastrosimone, al quale veniva imputata una presunta condotta omissiva nei confronti della sfortunata ragazza nissena, deceduta il 19 giugno 2002 per un’embolia. Alla ragazza, dopo una caduta dal motorino nel maggio del 2002, venne applicata un’ingessatura alla gamba, a Messina, dal dott. Raneri. Le complicazioni arrivarono il mese successivo, quando Simona Porta cominciò ad accusare dolori alla gamba fino a quel tragico 19 giugno, quando morì in ospedale a Caltanissetta dove era stata ricoverata d’urgenza a causa di un’embolia che sarebbe insorta a causa dell’ingessatura troppo stretta. Entrambi i medici, secondo l’accusa, avrebbero sottovalutato le condizioni della giovane. La ragazza sarebbe stata un soggetto a rischio in quanto obesa, ed inoltre in quel periodo assumeva dei farmaci per un altro disturbo di cui soffriva. Ma secondo quanto sostenuto dal legale del dott. Mastrosimone (la cui assoluzione in primo grado non era stata appellata dalla Procura), il proprio assistito non aveva potuto compiere alcuna attività medica sulla ragazza, considerato che era in cura dal dott. Raneri. L’avv. Nunziatina Armeni, intervenuta in difesa del dott. Raneri, dal canto suo ha sostenuto che il suo assistito non aveva personalmente prescritto la terapia, né firmato le dimissioni della giovane nissena dall’ospedale di Ganzirri. Ieri in aula c’erano anche i genitori e il fratello di Simona Porta, che hanno ascoltato la lettura della sentenza. (l.l.)
http://www.enricodigiacomo
CURRICULUM VITAE
Curriculum Vitae
Riccardo Raneri
Aiuto
Titoli di Studio
1984 Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Messina
1990 Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università di Catania
Partecipazioni Congressuali, Corsistica e Bibliografia
1991 Bormio. 5° Corso Internazionale di aggiornamento in chirurgia del ginocchio
1991 Bologna e Cesena. Corso di chirurgia artroscopica di spalla
1992 Cortina d’Ampezzo. XIII Corso di chirurgia del ginocchio
1992 Bologna e Cesena. Corso di chirurgia artroscopica di spalla
1992 Milano. 1° Corso Internazionale di chirurgia della spalla
1993-1995 due stage annuali per aggiornamento professionale sulla chirurgia della spalla
1993 Milano. 2° Corso Internazionale di chirurgia della spalla
1994 Milano. 1° Congresso chirurgia della spalla e del gomito
1995 Bologna. V° Workshop sulle protesi totali di ginocchio e spalla
1995 2° Congresso Società di chirurgia della spalla e del gomito
1995 Perugia. 12° Congresso GIA
1996 Taormina. Congresso “Moderni aspetti della patologia della spalla”
1996 Simposio congiunto SIMOP-GIOMI
1996 Modena. 3° Congresso Nazionale SICS e G
1997 Latina. Giornata Ortopedica-Traumatologica
1998 Leverkusen. Visita agli impianti di produzione e ricerca della Bayer
1998 Pavia. IV° Congresso SICS e G
1999 Milano. XXV Corso di chirurgia della spalla
2000 Ravenna. Stage in sala operatoria Casa di Cura Domus Nova
2002 Castelvolturno. V° Congresso Nazionale SICS e G
2002 Catania. Simposio “La patologia della spalla”
2002 Taormina. Simposio “Medial pivot total knee sistem”
2002 Budapest. XXVI Congresso Europeo SECEC-ESSE
2002 Forlì. 2° Corso di chirurgia artroscopica e protesica della spalla
2002 Venezia. 87° Congresso SIOT
2003 New Orleans. American Accademy of orthopaedic surgeons
Curriculum Professionale
1984-1988 Clinica Ortopedica Università di Messina Medico Interno
1987 IOMI Messina Medico di Guardia
1989-1995 IOMI Messina Assistente Ortopedico
1995-2001 Centro STATIC Responsabile Ortopedico
1995 IOMI Messina Aiuto Ortopedico
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Luigi Favara, di 54 anni, Francesco Catania, di 56 anni, Mohamed Nofal, di 54 anni, Calogero Domenico Privitera, di 52 anni

Catania, indagine
Quattro persone sono indagate dalla Procura di Catania nell’ambito di un’inchiesta su 240 ricettari medici dell’Asp etnea che risultano siano stati prelevati da sconosciuti con false deleghe di medici, parte lesa, che invece ne risultano formalmente essere in possesso. Sono il dottor Luigi Favara, di 54 anni, Francesco Catania, di 56 anni, l’egiziano Mohamed Nofal, di 54 anni, e il dirigente medico del distretto sanitario CT/2, Calogero Domenico Privitera, di 52 anni. I primi tre sono indagati per associazione per delinquere, falsità materiale e truffa. Privitera è accusato di favoreggiamento personale. Perquisizioni sono state disposte dal sostituto procuratore Lucio Setola, che ha delegato le indagini a carabinieri del Nas che hanno notificato anche quattro informazioni di garanzia. Secondo l’accusa sarebbero state acquisite 1.600 ricette mediche in bianco dell’Usl, parte delle quali sono state successivamente compilate con intestazioni di pazienti inesistenti ma di medici reali estranei alla vicenda, per prelevare dei medicinali in farmacia. La truffa, ipotizza la Procura, sarebbe stata realizzata da Privitera, Catania e Nofal con l’aiuto di una quarta persona ancora non identificata. Provitera è indagato per favoreggiamento personale perché, secondo l’accusa, avrebbe rilasciato ai carabinieri del Nas false dichiarazioni sulle modalità di consegna dei bollettari medici da parte del suo ufficio.
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lunedì 12 luglio 2010
condannato dott. Federico Emma, 54 anni, e l’infermiera Giuseppa La Russa di 37 anni, rispettivamente a 4 anni e 6 mesi e a 4 anni
Condannato il dottor Giuseppe Balistreri di Palermo, a 6 mesi di reclusione (pena sospesa)
PALERMO. Il medico Giuseppe Balistreri è stato condannato a sei mesi dal giudice monocratico di Palermo, Fabio Licata, per omicidio colposo. La vittima, Francesco Calderone, 66 anni, morì il 21 maggio 2006.
L'uomo, che aveva problemi di alcolismo, fu trovato dal figlio a terra sul balcone di casa. Pensando che si trattasse di coma etilico, il ragazzo chiamò l'ambulanza e il 113 che arrivarono dopo circa mezz'ora.
Nell'ambulanza, all'uomo venne somministrato da Balistreri, difeso dall'avvocato Gioacchino Berna, l'Anexate, un farmaco indicato in caso di coma etilico. Ma il pensionato morì poco dopo l'arrivo all'ospedale civico di Palermo. Secondo il pm, il medico avrebbe dovuto intubare l'uomo, facendo una tracheotomia. Dall'autopsia è emerso, infatti, che l'arresto cardiaco sarebbe stato causato dall'asfissia dovuta all'ingestione di un pezzo di carne che era rimasto nella gola di Calderone.
La famiglia di Calderone, i due figli Dario e Giovanni e la moglie Provvidenza Leta, si sono costituiti parte civile e sono assistiti dall'avvocato Salvatore Ruta.
Condannato 600 € di multa per lesioni colpose il dot.Salvatore Calabrese, 58 anni,della centrale operativa del 118 di Linosa
Condannato Giovanni Sturniolo primario del Policlinico di Messina,a 1 anno(pena sospesa)
Martedì 25 Maggio 2010 09:40
Giampaolo Gonzales spirò dopo qualche giorno dell'intervento chirurgico. Condannato Giovanni Sturniolo primario del Policlinico
Dopo qualche giorno aver subìto un intervento per l'asportazione della coliciste, Giampaolo Gonzales morì presso il Policlinico Universitario di Messina. In base alle perizie giurate l'uomo sarebbe deceduto a causa di un ritardo nell'effettuazione del drenaggio. Un medico è stato condannato e tre sono stati assolti per non aver commesso il fatto.
Così il giudice monocratico si è espresso in merito alla morte dell'uomo che spirò il 20 Marzo 2003 nel nosocomio messinese, dopo aver subìto l'intervento chirurgico. E' stato condannato ad un anno, pena sospesa, il primario del reparto di Medicina Generale Giovanni Sturniolo. Ettore gagliano, Loretta Bonanno, Agata Tornante sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Un ulteriore medico indagato per la morte di Gonzales, nel frattempo è deceduto.